La divina commedia

La riscoperta del poema di Dante Alighieri

domenica, gennaio 15, 2012

Le rime XXV

Un dì si venne a me Malinconia

E disse: «Io voglio un poco stare teco»;

E parve a me ch'ella menasse seco

Dolore e Ira per sua compagnia.

E io le dissi: «Partiti, va' via»;

Ed ella mi rispose come un greco:

E ragionando a grande agio meco,

Guardai e vidi Amore, che venia

Vestito di novo d'un drappo nero,

E nel suo capo portava un cappello;

E certo lacrimava pur di vero.

Ed eo li dissi: «Che hai, cattivello?»

Ed el rispose: «Eo ho guai e pensero

Ché nostra donna mor, dolce fratello».

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domenica, gennaio 1, 2012

Le rime XXIV

«Voi, donne, che pietoso atto mostrate,

Chi è esta donna che giace sì venta?

Sarebbe quella ch'è nel mio cor penta?

Deh, s'ella è dessa, più non mel celate.

Ben ha le sue sembianze sì cambiate,

E la figura sua mi par sì spenta,

Ch'al mio parere ella non rappresenta

Quella che fa parer l'altre beate».

«Se nostra donna conoscer non pòi,

Ch'è sì conquisa, non mi par gran fatto,

Però che quel medesmo avvenne a noi.

Ma se tu mirerai il gentil atto

De li occhi suoi, conosceraila poi:

Non pianger più, tu se' già tutto sfatto».

posted by admin at 11:13 am  

giovedì, dicembre 15, 2011

Le rime XXIII

Onde venite voi così pensose?

Ditemel, s'a voi piace, in cortesia,

Ch'i' ho dottanza che la donna mia

Non vi faccia tornar così dogliose.

Deh, gentil donne, non siate sdegnose,

Né di ristare alquanto in questa via

E dire al doloroso che disia

Udir de la sua donna alquante cose;

Avvegna che gravoso m'è l'udire:

Sì m'ha in tutto Amor da sé scacciato

Ch'ogni suo atto mi trae a ferire.

Guardate bene s'i' son consumato,

Ch'ogni mio spirto comincia a fuggire,

Se da voi, donne, non son confortato.

posted by admin at 11:12 am  

giovedì, dicembre 1, 2011

Le rime XXII

Di donne io vidi una gentile schiera

Questo Ognissanti prossimo passato,

E una ne venia quasi imprimiera,

Veggendosi l'Amor dal destro lato.

De gli occhi suoi gittava una lumera,

La qual parea un spirito infiammato;

E i' ebbi tanto ardir ch'in la sua cera

Guarda', e vidi un angiol figurato.

A chi era degno donava salute

Co gli atti suoi quella benigna e piana,

E 'mpiva 'l core a ciascun di vertute.

Credo che de lo ciel fosse soprana,

E venne in terra per nostra salute:

Là 'nd'è beata chi l'è prossimana.
 

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martedì, novembre 15, 2011

Le rime XXI

Questa canzone è l'unica poesia in cui Dante fa esplicitamente il nome di Batrice (v. 14: "Per quella moro c'ha nome Beatrice".); la morte di Beatrice ha tolto e continua tuttora a togliere agli occhi la vera luce degli occhi.

Lo doloroso amor che mi conduce

A fin di morte per piacer di quella

Che lo mio cor solea tener gioioso,

M'ha tolto e toglie ciascun dì la luce

Che avean li occhi miei di tale stella

Che non credea di lei mai star doglioso:

E 'l colpo suo, c'ho portato nascoso,

Omai si scopre per soverchia pena,

La qual nasce del foco

Che m'ha tratto di gioco,

Sì ch'altro mai che male io non aspetto;

E 'l viver mio (omai esser de' poco)

Fin a la morte mia sospira e dice:

«Per quella moro c'ha nome Beatrice».

Quel dolce nome, che mi fa il cor agro,

Tutte fiate ch'i' lo vedrò scritto

Mi farà nuovo ogni dolor ch'io sento;

E de la doglia diverrò sì magro

De la persona e 'l viso tanto afflitto,

Che qual mi vederà n'avrà pavento.

Ed allor non trarrà sì poco vento

che non mi meni, sì ch'io cadrò freddo;

E per tal verrò morto,

E 'l dolor sarà scorto

Con l'anima che sen girà sì trista;

E sempre mai con lei starà ricolto,

Ricordando la gio' del dolce viso,

A che niente par lo paradiso.

Pensando a quel che d'Amore ho provato,

L'anima mia non chiede altro diletto,

Né il penar non cura il quale attende;

Ché, poi che 'l corpo sarà consumato,

Se n'anderà l'amor che m'ha sì stretto

Con lei a Quel ch'ogni ragione intende;

E se del suo peccar pace no i rende,

Partirassi col tormentar ch'è degna,

Sì che non ne paventa;

E starà tanto attenta

D'imaginar colei per cui s'è mossa,

Che nulla pena avrà ched ella senta;

Sì che, se 'n questo mondo l'ho perduto,

Amor ne l'altro men darà trebuto.

Morte, che fai piacere a questa donna,

Per pietà, innanzi che tu mi discigli,

Va' da lei, fatti dire

Perché m'avvien che la luce di quigli

Che mi fari tristo, mi sia così tolta:

Se per altrui ella fosse ricolta,

Falmi sentire, e trarrà' mi d'errore,

E assai finirò con men dolore.

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martedì, novembre 1, 2011

Le rime XX

E' m'incresce di me sì duramente

Ch'altrettanto di doglia

Mi reca la pietà quanto 'l martiro,

Lasso, però che dolorosamente

Sento contro mia voglia

Raccoglier l'aire del sezza' sospiro

Entro 'n quel cor che i belli occhi feriro

Quando li aperse Amor con le sue mani

Per conducermi al tempo che mi sface.

Oimè, quanto piani,

Soavi e dolci ver' me si levaro,

Quand'elli incominciaro

La morte mia, che tanto mi dispiace,

Dicendo: «Nostro lume porta pace».

«Noi darem pace al core, a voi diletto»,

Diceano a li occhi miei

Quei de la bella donna alcuna volta;

Ma poi che sepper di loro intelletto

Che per forza di lei

M’era la mente già ben tutta tolta,

Con le insegne d'Amor dieder la volta,

Sì che la lor vittoriosa vista,

Poi non si vide pur una fiata:

Ond'è rimasta trista

L'anima mia che n'attendea conforto,

E ora quasi morto

Vede lo core a cui era sposata,

E partir la convene innamorata.

Innamorata se ne va piangendo

Fora di questa vita

La sconsolata, ché la caccia Amore.

Ella si move quinci sì dolendo,

Ch'anzi la sua partita

L'ascolta con pietate il suo fattore.

Ristretta s'è entro il mezzo del core

Con quella vita che rimane spenta

Solo in quel punto ch'ella si va via;

E ivi si lamenta

D'Amor, che fuor d'esto mondo la caccia;

E spessamente abbraccia

Li spiriti che piangon tuttavia,

Però che perdon la lor compagnia.

L'imagine di questa donna siede

Su ne la mente ancora,

Là 've la pose quei che fu sua guida;

E non le pesa del mal ch'ella vede,

Anzi vie più bella ora

Che mai e vie più lieta par che rida;

E alza li occhi micidiali, e grida

Sopra colei che piange il suo partire:

«Vanne, misera, fuor, vattene omai».

Questo grida il desire

Che mi combatte così come sole,

Avvegna che men dole,

Però che 'l mio sentire è meno assai

Ed è più presso al terminar de' guai.

Lo giorno che costei nel mondo venne,

Secondo che si trova

Nel libro de la mente che vien meno,

La mia persona pargola sostenne

Una passion nova,

Tal ch'io rimasi di paura pieno;

Ch'a tutte mie virtù fu posto un freno

Subitamente, sì ch'io caddi in terra,

Per una luce che nel cuor percosse:

E se 'l libro non erra,

Lo spirito maggior tremò sì forte,

Che parve ben che morte

Per lui in questo mondo giunta fosse:

Ma or ne incresce a quei che questo mosse.

Quando m'apparve poi la gran biltate

Che sì mi fa dolere,

Donne gentili a cu' i' ho parlato,

Quella virtù che ha più nobilitate,

Mirando nel piacere,

S'accorse ben che 'l suo male era nato;

E conobbe 'l disio ch'era creato

Per lo mirare intento ch'ella fece;

Sì che piangendo dissi a l'altre poi:

«Qui giugnerà, in vece

D'una ch'io vidi, la bella figura,

Che già mi fa paura;

Che sarà donna sopra tutte noi,

Tosto che fia piacer de li occhi suoi».

Io ho parlato a voi, giovani donne,

Che avete li occhi di bellezze ornati

E la mente d'amor vinta e pensosa,

Perché raccomandati

Vi sian li detti miei ovunque sono:

E 'nnanzi a voi perdono

La morte mia a quella bella cosa

Che me n'ha colpa e mai non fu pietosa.

posted by admin at 11:08 am  

sabato, ottobre 15, 2011

Le rime XIX

Ne le man vostre, gentil donna mia,

Raccomando lo spirito che more:

E' se ne va sì dolente ch'Amore

Lo mira con pietà, che 'l manda via.

Voi lo legaste a la sua signoria,

Sì che non ebbe poi alcun valore

Di poter lui chiamar se non: "Signore,

Qualunque vuoi di me, quel vo' che sia".

Io so che a voi ogni torto dispiace:

Però la morte, che non ho servita,

Molto più m'entra ne lo core amara.

Gentil mia donna, mentre ho de la vita,

Per tal ch'io mora consolato in pace,

Vi piaccia agli occhi miei non esser cara.

posted by admin at 11:07 am  

sabato, ottobre 1, 2011

Le rime XVIII

De gli occhi de la mia donna si move

Un lume sì gentil che, dove appare,

Si veggion cose ch'uom non pò ritrare

Per loro altezza e per lor esser nove:

E de' suoi razzi sovra 'l meo cor piove

Tanta paura che mi fa tremare

E dicer: «Qui non voglio mai tornare»;

Ma poscia perdo tutte le mie prove:

E tornomi colà dov'io son vinto,

Riconfortando gli occhi paurusi,

Che sentiêr prima questo gran valore.

Quando son giunto, lasso, ed e' son chiusi;

Lo disio che li mena quivi è stinto:

Però proveggia a lo mio stato Amore.

posted by admin at 11:06 am  

domenica, settembre 18, 2011

Il teatro sociale di Brescia

Non c'entra niente con io nostro amato Dante Alighieri, volevo comunque segnalare la programmazione della stagione 2011-2012 del teatro sociale di Brescia. Notevole.

posted by admin at 8:26 pm  

giovedì, settembre 15, 2011

Le rime XVII

Si pensa a Meo de' Tolomei da Siena, di cui si

possiedono violente invettive contro la madre e il

fratello; anche Cino da Pistoia gli ha indirizzato

un sonetto

Sonetto, se Meuccio t'è mostrato,

Così tosto 'l saluta come 'l vedi,

E va' correndo e gittaliti a' piedi,

Sì che tu paie bene accostumato.

E quando se' con lui un poco stato,

Anche 'l risalutrai, non ti ricredi;

E poscia a l'ambasciata tua procedi,

Ma fa' che 'l tragghe prima da un lato;

E di': «Meuccio, que' che t'ama assai

De le sue gioie più care ti manda,

Per accontarsi al tu' coraggio bono».

Ma fa' che prenda per lo primo dono

Questi tuo' frati, e a lor sì comanda

Che stean con lui e qua non tornin mai.

posted by admin at 11:06 am  
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