La divina commedia

La riscoperta del poema di Dante Alighieri

domenica, giugno 28, 2009

La vita nuova – XXII

Appresso ciò non molti dì passati, sì come piacque al glorioso sire lo quale non negòe la morte a sé, colui che era stato genitore di tanta maraviglia quanta si vedea ch’era questa nobilissima Beatrice, di questa vita uscendo, a la gloria eternale se ne gìo veracemente. Onde, con ciò sia cosa che cotale partire sia doloroso a coloro che rimangono e sono stati amici di colui che se ne va; e nulla sia sì intima amistade come da buon padre a buon figliuolo e da buon figliuolo a buon padre; e questa donna fosse in altissimo grado di bontade, e lo suo padre, sì come da molti si crede e vero è, fosse bono in alto grado; manifesto è che questa donna fue amarissimamente piena di dolore. E con ciò sia cosa che, secondo l’usanza de la sopradetta cittade, donne con donne e uomini con uomini s’adunino a cotale tristizia, molte donne s’adunaro colà dove questa Beatrice piangea pietosamente: onde io veggendo ritornare alquante donne da lei, udio dicere loro parole di questa gentilissima, com’ella si lamentava; tra le quali parole udio che diceano: "Certo ella piange sì, che quale la mirasse doverebbe morire di pietade". Allora trapassaro queste donne; ed io rimasi in tanta tristizia, che alcuna lagrima talora bagnava la mia faccia, onde io mi ricopria con porre le mani spesso a li miei occhi: e se non fosse ch’io attendea audire anche di lei, però ch’io era in luogo onde se ne gìano la maggior parte di quelle donne che da lei si partìano, io mi sarei nascoso incontanente che le lagrime m’aveano assalito. E però dimorando ancora nel medesimo luogo, donne anche passaro presso di me, le quali andavano ragionando tra loro queste parole: "Chi dee mai essere lieta di noi, che avemo udita parlare questa donna così pietosamente?". Appresso costoro passaro altre donne, che veniano dicendo: "Questi ch’è qui, piange né più né meno come se l’avesse veduta, come noi avemo". Altre dipoi diceano di me: "Vedi questi che non pare esso, tal è divenuto". E così passando queste donne, udio parole di lei e di me in questo modo che detto è. Onde io poi, pensando, propuosi di dire parole, acciò che degnamente avea cagione di dire, ne le quali parole io conchiudesse tutto ciò che inteso avea da queste donne; e però che volentieri l’averei domandate, se non mi fosse stata riprensione, presi tanta matera di dire come s’io l’avesse domandate ed elle m’avessero risposto. E feci due sonetti; che nel primo domando in quello modo che voglia mi giunse di domandare; ne l’altro dico la loro risponsione, pigliando ciò ch’io udio da loro sì come lo mi avessero detto rispondendo. E comincia lo primo: "Voi che portate la sembianza umile", e l’altro: "Se’ tu colui c’hai trattato sovente".

 Voi, che portate la sembianza umile,

 con li occhi bassi mostrando dolore,

 onde venite che ‘l vostro colore

 par divenuto de pietà simile?

 Vedeste voi nostra donna gentile

 bagnar nel viso suo di pianto Amore?

 Ditelmi, donne, che ‘l mi dice il core,

 perch’io vi veggio andar sanz’atto vile.

 E se venite da tanta pietate,

 piàcciavi di restar qui meco alquanto,

 e qual che sia di lei no ‘l mi celate.

 Io veggio li occhi vostri c’hanno pianto,

 e vèggiovi tornar sì sfigurate,

 che ‘l cor mi triema di vederne tanto.

 Questo sonetto si divide in due parti: ne la prima chiamo e domando queste donne se vegnono da lei, dicendo loro che io lo credo, però che tornano quasi ingentilite; ne la seconda le prego che mi dicano di lei. La seconda comincia quivi: "E se venite".

 Qui appresso è l’altro sonetto, sì come dinanzi avemo narrato.

 Se’ tu colui, c’hai trattato sovente

 di nostra donna, sol parlando a nui?

 Tu risomigli a la voce ben lui,

 ma la figura ne par d’altra gente.

 E perché piangi tu sì coralmente,

 che fai di te pietà venire altrui?

 Vedestù pianger lei, che tu non pui

 punto celar la dolorosa mente?

 Lascia pianger a noi e triste andare

 (e fa peccato chi mai ne conforta),

 che nel suo pianto l’udimmo parlare.

 Ell’ha nel viso la pietà sì scorta,

 che qual l’avesse voluta mirare

 sarebbe innanzi lei piangendo morta.

 Questo sonetto ha quattro parti, secondo che quattro modi di parlare ebbero in loro le donne per cui rispondo; e però che sono di sopra assai manifesti, non m’intrametto di narrare la sentenzia de le parti, e però le distinguo solamente. La seconda comincia quivi: "E perché piangi"; la terza: "Lascia pianger a noi"; la quarta: "Ell’ha nel viso".

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domenica, giugno 21, 2009

La vita nuova – XX

Appresso che questa canzone fue alquanto divolgata tra le genti, con ciò fosse cosa che alcuno amico l’udisse, volontade lo mosse a pregare me che io li dovesse dire che è Amore, avendo forse per l’udite parole speranza di me oltre che degna. Onde io pensando che appresso di cotale trattato, bello era trattare alquanto d’Amore, e pensando che l’amico era da servire, propuosi di dire parole ne le quali io trattassi d’Amore; e allora dissi questo sonetto, lo qual comincia: "Amore e ‘l cor gentil".

 Amore e ‘l cor gentil sono una cosa,

 sì come il saggio in suo dittare pone,

 e così esser l’un sanza l’altro osa

 com’alma razional sanza ragione.

 Fàlli natura quand’è amorosa,

 Amor per sire e ‘l cor per sua magione,

 dentro la qual dormendo si riposa

 tal volta poca e tal lunga stagione.

 Bieltate appare in saggia donna pui,

 che piace a gli occhi sì, che dentro al core

 nasce un disio de la cosa piacente;

 e tanto dura talora in costui,

 che fa svegliar lo spirito d’Amore.

 E simil fàce in donna omo valente.

 Questo sonetto si divide in due parti: ne la prima dico di lui in quanto è in potenzia; ne la seconda dico di lui in quanto di potenzia si riduce in atto. La seconda comincia quivi: "Bieltate appare". La prima si divide in due: ne la prima dico in che suggetto sia questa potenzia; ne la seconda dico sì come questo suggetto e questa potenzia siano produtti in essere, e come l’uno guarda l’altro come forma materia. La seconda comincia quivi: "Fàlli natura". Poscia quando dico: "Bieltate appare", dico come questa potenzia si riduce in atto; e prima come si riduce in uomo, poi come si riduce in donna, quivi: "E simil fàce in donna".

 XXI. Poscia che trattai d’Amore ne la soprascritta rima, vènnemi volontade di volere dire, anche in loda di questa gentilissima, parole per le quali io mostrasse come per lei si sveglia questo Amore, e come non solamente si sveglia là ove dorme, ma là ove non è in potenzia, ella, mirabilemente operando, lo fa venire. E allora dissi questo sonetto, lo quale comincia: "Negli occhi porta".

 Negli occhi porta la mia donna Amore,

 per che si fa gentil ciò ch’ella mira;

 ov’ella passa, ogn’om vèr lei si gira,

 e cui saluta fa tremar lo core,

 sì che, bassando il viso, tutto smore,

 e d’ogni suo difetto allor sospira:

 fugge dinanzi a lei superbia ed ira.

 Aiutatemi, donne, farle onore.

 Ogne dolcezza, ogne pensero umile

 nasce nel core a chi parlar la sente,

 ond’è laudato chi prima la vide.

 Quel ch’ella par quando un poco sorride,

 non si pò dicer né tenere a mente,

 sì è novo miracolo e gentile.

 Questo sonetto sì ha tre parti. Ne la prima dico sì come questa donna riduce questa potenzia in atto, secondo la nobilissima parte de li suoi occhi; e ne la terza dico questo medesimo, secondo la nobilissima parte de la sua bocca: e intra queste due parti è una particella, ch’è quasi domandatrice d’aiuto a la precedente parte ed a la sequente, e comincia quivi: "Aiutatemi, donne." La terza comincia quivi: "Ogne dolcezza". La prima si divide in tre; che ne la prima parte dico sì come virtuosamente fae gentile tutto ciò che vede, e questo è tanto a dire quanto inducere Amore in potenzia là ove non è; ne la seconda dico come reduce in atto Amore ne li cuori di tutti coloro cui vede; ne la terza dico quello che poi virtuosamente adopera ne’ loro cuori. La seconda comincia quivi: "ov’ella passa"; la terza quivi: "e cui saluta". Poscia quando dico: "Aiutatemi, donne," do a intendere a cui la mia intenzione è di parlare, chiamando le donne che m’aiutino onorare costei. Poscia quando dico: "Ogne dolcezza," dico quello medesimo che detto è ne la prima parte, secondo due atti de la sua bocca; l’uno de li quali è lo suo dolcissimo parlare, e l’altro lo suo mirabile riso; salvo che non dico di questo ultimo come adopera ne li cuori altrui, però che la memoria non puote ritenere lui né sua operazione.

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domenica, giugno 14, 2009

La vita nuova – XIX

Avvenne poi che passando per uno cammino, lungo lo quale sen gìa uno rivo chiaro molto, a me giunse tanta volontade di dire, che io cominciai a pensare lo modo ch’io tenesse; e pensai che parlare di lei non si convenia che io facesse, se io non parlasse a donne in seconda persona, e non ad ogni donna, ma solamente a coloro che sono gentili e che non sono pure femmine. Allora dico che la mia lingua parlò quasi come per se stessa mossa, e disse: "Donne ch’avete intelletto d’amore". Queste parole io ripuosi ne la mente con grande letizia, pensando di prenderle per mio cominciamento; onde poi ritornato a la sopradetta cittade, pensando alquanti die, cominciai una canzone con questo cominciamento, ordinata nel modo che si vedrà di sotto ne la sua divisione. La canzone comincia: "Donne ch’avete".

 Donne ch’avete intelletto d’amore,

 i’ vo’ con voi de la mia donna dire,

 non perch’io creda sua laude finire,

 ma ragionar per isfogar la mente.

 Io dico che pensando il suo valore,

 Amor sì dolce mi si fa sentire,

 che s’io allora non perdessi ardire,

 farei parlando innamorar la gente:

 E io non vo’ parlar sì altamente,

 ch’io divenisse per temenza vile;

 ma tratterò del suo stato gentile

 a respetto di lei leggeramente,

 donne e donzelle amorose, con vui,

 ché non è cosa da parlarne altrui.

 Angelo clama in divino intelletto

 e dice: "Sire, nel mondo si vede

 maraviglia ne l’atto che procede

 d’un’anima che ‘nfin quassù risplende".

 Lo cielo, che non have altro difetto

 che d’aver lei, al suo segnor la chiede,

 e ciascun santo ne grida merzede.

 Sola Pietà nostra parte difende,

 ché parla Dio, che di madonna intende:

 "Diletti miei, or sofferite in pace

 che vostra spene sia quanto me piace

 là ov’ è alcun che perder lei s’attende,

 e che dirà ne lo inferno: "O malnati,

 io vidi la speranza de’ beati".

 Madonna è disiata in sommo cielo:

 or vòi di sua virtù farvi savere.

 Dico, qual vuol gentil donna parere

 vada con lei, chè quando va per via,

 gitta nei cor villani Amore un gelo,

 per che onne lor pensero agghiaccia e père;

 e qual soffrisse di starla a vedere

 diverria nobil cosa, o si morria;

 E quando trova alcun che degno sia

 di veder lei, quei prova sua vertute,

 ché li avvien ciò che li dona salute,

 e sì l’umilia ch’ogni offesa oblia.

 Ancor l’ha Dio per maggior grazia dato

 che non pò mal finir chi l’ha parlato.

 Dice di lei Amor: "Cosa mortale

 come esser pò sì adorna e sì pura?"

 Poi la reguarda, e fra se stesso giura

 che Dio ne ‘ntenda di far cosa nova.

 Color di perle ha quasi in forma, quale

 convene a donna aver, non for misura;

 ella è quanto de ben pò far natura;

 per esemplo di lei bieltà si prova.

 De li occhi suoi, come ch’ella li mova,

 escono spirti d’amore inflammati,

 che fèron li occhi a qual che allor la guati,

 e passan sì che ‘l cor ciascun retrova:

 voi le vedete Amor pinto nel viso,

 là ‘ve non pote alcun mirarla fiso.

 Canzone, io so che tu girai parlando

 a donne assai, quand’io t’avrò avanzata.

 Or t’ammonisco, perch’io t’ho allevata

 per figliuola d’Amor giovane e piana,

 che là ove giugni tu dichi pregando:

 "Insegnàtemi gir, ch’io son mandata

 a quella di cui laude so’ adornata".

 E se non vuoli andar sì come vana,

 non restare ove sia gente villana;

 ingègnati, se puoi, d’esser palese

 solo con donne o con omo cortese,

 che ti merranno là per via tostana.

 Tu troverai Amor con esso lei;

 raccomàndami a lui come tu dei.

 Questa canzone, acciò che sia meglio intesa, la dividerò più artificiosamente che l’altre cose di sopra. E però prima ne fo tre parti: la prima parte è proemio de le sequenti parole; la seconda è lo intento trattato; la terza è quasi una serviziale de le precedenti parole. La seconda comincia quivi: "Angelo clama"; la terza quivi: "Canzone, io so che". La prima parte si divide in quattro: ne la prima dico a cu’ io dicer voglio de la mia donna, e perché io voglio dire; ne la seconda dico quale me pare avere a me stesso quand’io penso lo suo valore, e com’io direi s’io non perdessi l’ardimento; ne la terza dico come credo dire di lei, acciò ch’io non sia impedito da viltà; ne la quarta, ridicendo anche a cui ne intenda dire, dico la cagione per che dico a loro. La seconda comincia quivi: "Io dico"; la terza quivi: "E io non vo’ parlar"; la quarta: "donne e donzelle". Poscia quando dico: "Angelo clama", comincio a trattare di questa donna. E dividesi questa parte in due: ne la prima dico che di lei si comprende in cielo; ne la seconda dico che di lei si comprende in terra, quivi: "Madonna è disiata". Questa seconda parte si divide in due; che ne la prima dico di lei quanto da la parte de la nobilitade de la sua anima, narrando alquanto de le sue vertudi effettive che de la sua anima procedeano; ne la seconda dico di lei quanto da la parte de la nobilitade del suo corpo, narrando alquanto de le sue bellezze, quivi: "Dice di lei Amor". Questa seconda parte si divide in due: che ne la prima dico d’alquante bellezze che sono secondo tutta la persona; ne la seconda dico d’alquante bellezze che sono secondo diterminata parte de la persona, quivi: "De li occhi suoi". Questa seconda parte si divide in due: che ne l’una dico deli occhi, li quali sono principio d’amore; ne la seconda dico de la bocca, la quale è fine d’amore. E acciò che quinci si lievi ogni vizioso pensiero, ricòrdisi chi ci legge che di sopra è scritto che lo saluto di questa donna, lo quale era de le operazioni de la bocca sua, fue fine de li miei desiderii mentre ch’io lo potei ricevere. Poscia quando dico: "Canzone, io so che tu", aggiungo una stanza quasi come ancella de l’altre, ne la quale dico quello che di questa mia canzone desidero; e però che questa ultima parte è lieve a intendere, non mi travaglio di più divisioni. Dico bene che, a più aprire lo intendimento di questa canzone, si converrebbe usare di più minute divisioni; ma tuttavia chi non è di tanto ingegno che per queste che sono fatte la possa intendere, a me non dispiace se la mi lascia stare, ché certo io temo d’avere a troppi comunicato lo suo intendimento pur per queste divisioni che fatte sono, s’elli avvenisse che molti le potessero audire.

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domenica, giugno 7, 2009

La vita nuova – XVIII

Con ciò sia cosa che per la vista mia molte persone avessero compreso lo secreto del mio cuore, certe donne, le quali adunate s’erano, dilettandosi l’una ne la compagnia de l’altra, sapeano bene lo mio cuore, però che ciascuna di loro era stata a molte mie sconfitte; ed io passando appresso di loro, sì come da la fortuna menato, fui chiamato da una di queste gentili donne. La donna che m’avea chiamato, era donna di molto leggiadro parlare; sì che quand’io fui giunto dinanzi da loro, e vidi bene che la mia gentilissima donna non era con esse, rassicurandomi le salutai, e domandai che piacesse loro. Le donne erano molte, tra le quali n’avea certe che si rideano tra loro. Altre v’erano che mi guardavano, aspettando che io dovessi dire. Altre v’erano che parlavano tra loro. De le quali una, volgendo li suoi occhi verso me e chiamandomi per nome, disse queste parole: "A che fine ami tu questa tua donna, poi che tu non puoi sostenere la sua presenza? Dilloci, ché certo lo fine di cotale amore conviene che sia novissimo". E poi che m’ebbe dette queste parole, non solamente ella, ma tutte l’altre cominciaro ad attendere in vista la mia risponsione. Allora dissi queste parole loro: "Madonne, lo fine del mio amore fue già lo saluto di questa donna, forse di cui voi intendete, ed in quello dimorava la beatitudine, ché era fine di tutti li miei desiderii. Ma poi che le piacque di negarlo a me, lo mio segnore Amore, la sua merzede, ha posto tutta la mia beatitudine in quello che non mi puote venire meno". Allora queste donne cominciaro a parlare tra loro; e sì come talora vedemo cadere l’acqua mischiata di bella neve, così mi parea udire le loro parole uscire mischiate di sospiri. E poi che alquanto ebbero parlato tra loro, anche mi disse questa donna che m’avea prima parlato, queste parole: "Noi ti preghiamo che tu ne dichi ove sia questa tua beatitudine". Ed io, rispondendo lei, dissi cotanto: "In quelle parole che lodano la donna mia". Allora mi rispuose questa che mi parlava: "Se tu ne dicessi vero, quelle parole che tu n’hai dette in notificando la tua condizione, avrestù operate con altro intendimento". Onde io, pensando a queste parole, quasi vergognoso mi partìo da loro, e venia dicendo fra me medesimo: "Poi che è tanta beatitudine in quelle parole che lodano la mia donna, perché altro parlare è stato lo mio?". E però propuosi di prendere per matera de lo mio parlare sempre mai quello che fosse loda di questa gentilissima; e pensando molto a ciò, pareami avere impresa troppo alta matera quanto a me, sì che non ardia di cominciare; e così dimorai alquanti dì con disiderio di dire e con paura di cominciare.

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