La divina commedia

La riscoperta del poema di Dante Alighieri

venerdì, agosto 28, 2009

La vita nuova – XXXI

Poi che li miei occhi ebbero per alquanto tempo lagrimato, e tanto affaticati erano che non poteano disfogare la mia trestizia, pensai di volere disfogarla con alquante parole dolorose; e però propuosi di fare una canzone, ne la quale piangendo ragionassi di lei, per cui tanto dolore era fatto distruggitore de l’anima mia; e cominciai allora una canzone, la quale comincia: "Li occhi dolenti per pietà del core". E acciò che questa canzone paia rimanere più vedova dopo lo suo fine, la dividerò prima che io la scriva: e cotale modo terrò da qui innanzi. Io dico che questa cattivella canzone ha tre parti: la prima è proemio; ne la seconda ragiono di lei; ne la terza parlo a la canzone pietosamente. La seconda parte comincia quivi: "Ita n’è Beatrice"; la terza quivi: "Pietosa mia canzone". La prima parte si divide in tre: ne la prima dico perché io mi muovo a dire; ne la seconda dico a cui io voglio dire; ne la terza dico di cui io voglio dire. La seconda comincia quivi: "E perché me ricorda"; la terza quivi: "e dicerò". Poscia quando dico: "Ita n’è Beatrice", ragiono di lei; e intorno a ciò foe due parti: prima dico la cagione per che tolta ne fue; appresso dico come altri si piange de la sua partita, e comincia questa parte quivi: "Partìssi de la sua". Questa parte si divide in tre: ne la prima dico chi non la piange; ne la seconda dico chi la piange; ne la terza dico de la mia condizione. La seconda comincia quivi: "ma ven trestizia e voglia"; la terza quivi: "Dànnomi angoscia". Poscia quando dico: "Pietosa mia canzone", parlo a questa canzone, disegnandole a quali donne se ne vada, e stèasi con loro.

 Li occhi dolenti per pietà del core

 hanno di lagrimar sofferta pena,

 sì che per vinti son remasi omai.

 Ora, s’i’ voglio sfogar lo dolore,

 che a poco a poco a la morte mi mena,

 convènemi parlar traendo guai.

 E perché me ricorda ch’io parlai

 de la mia donna, mentre che vivia,

 donne gentili, volontier con vui,

 non vòi parlare altrui,

 se non a cor gentil che in donna sia;

 e dicerò di lei piangendo, pui

 che si n’è gita in ciel subitamente,

 e ha lasciato Amor meco dolente.

 Ita n’è Beatrice in l’alto cielo,

 nel reame ove li angeli hanno pace,

 e sta con loro, e voi, donne, ha lassate:

 no la ci tolse qualità di gelo

 né di calore, come l’altre face,

 ma solo fue sua gran benignitate;

 ché luce de la sua umilitate

 passò li cieli con tanta vertute,

 che fé maravigliar l’etterno sire,

 sì che dolce disire

 lo giunse di chiamar tanta salute;

 e félla di qua giù a sé venire,

 perché vedea ch’esta vita noiosa

 non era degna di sì gentil cosa.

 Partìssi de la sua bella persona,

 piena di grazia, l’anima gentile,

 ed èssi gloriosa in loco degno.

 Chi no la piange, quando ne ragiona,

 core ha di pietra sì malvagio e vile,

 ch’entrar no ‘i puote spirito benegno.

 Non è di cor villan sì alto ingegno,

 che possa imaginar di lei alquanto,

 e però no li ven di pianger doglia;

 ma ven trestizia e voglia

 di sospirare e di morir di pianto,

 e d’onne consolar l’anima spoglia,

 chi vede nel pensero alcuna volta

 quale ella fue, e com’ella n’è tolta.

 Dànnomi angoscia li sospiri forte,

 quando ‘l pensero ne la mente grave

 mi reca quella che m’ha ‘l cor diviso;

 e spesse fiate pensando a la morte,

 vènemene un disio tanto soave,

 che mi tramuta lo color nel viso.

 E quando ‘l maginar mi ven ben fiso,

 giùgnemi tanta pena d’ogne parte,

 ch’io mi riscuoto per dolor ch’i’ sento;

 e sì fatto divento,

 che da le genti vergogna mi parte.

 Poscia piangendo, sol nel mio lamento

 chiamo Beatrice, e dico: – Or se’ tu morta? -;

 e mentre ch’io la chiamo, me conforta.

 Pianger di doglia e sospirar d’angoscia

 mi strugge ‘l core ovunque sol mi trovo,

 sì che ne ‘ncrescerebbe a chi m’audesse:

 e quale è stata la mia vita, poscia

 che la mia donna andò nel secol novo,

 lingua non è che dicer lo sapesse.

 E però, donne mie, pur ch’io volesse,

 non vi saprei io dir ben quel ch’io sono,

 sì mi fa travagliar l’acerba vita;

 la quale è sì ‘nvilita,

 che ogn’om par che mi dica: – Io t’abbandono -,

 veggendo la mia labbia tramortita.

 Ma qual ch’io sia, la mia donna il si vede,

 ed io ne spero ancor da lei merzede.

 Pietosa mia canzone, or va piangendo,

 e ritruova le donne e le donzelle,

 a cui le tue sorelle

 erano usate di portar letizia;

 e tu, che se’ figliuola di trestizia,

 vatten disconsolata a star con elle.

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venerdì, agosto 14, 2009

La vita nuova – XXX

Poi che fue partita da questo secolo, rimase tutta la sopradetta cittade quasi vedova dispogliata da ogni dignitade; onde io, ancora lagrimando in questa desolata cittade, scrissi a li prìncipi de la terra alquanto de la sua condizione, pigliando quello cominciamento di Geremia profeta che dice: "Quomodo sedet sola civitas". E questo dico, acciò che altri non si maravigli perché io l’abbia allegato di sopra, quasi come entrata de la nuova materia che appresso vene. E se alcuno volesse me riprendere di ciò, ch’io non scrivo qui le parole che sèguitano a quelle allegate, escùsomene, però che lo intendimento mio non fue dal principio di scrivere altro che per volgare: onde, con ciò sia cosa che le parole che sèguitano a quelle che sono allegate siano tutte latine, sarebbe fuori del mio intendimento se le scrivessi. E simile intenzione so ch’ebbe questo mio primo amico, a cui io ciò scrivo, cioè ch’io li scrivessi solamente volgare.

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venerdì, agosto 7, 2009

La vita nuova – XXIX

Io dico che, secondo l’usanza d’Arabia, l’anima sua nobilissima si partìo ne la prima ora del nono giorno del mese; e secondo l’usanza di Siria, ella si partìo nel nono mese de l’anno, però che lo primo mese è ivi Tisirin primo, lo quale a noi è Ottobre; e secondo l’usanza nostra, ella si partìo in quello anno de la nostra indizione, cioè de li anni Domini, in cui lo perfetto numero nove volte era compiuto in quello centinaio nel quale in questo mondo ella fue posta, ed ella fue de li cristiani del terzodecimo centinaio. Perché questo numero fosse in tanto amico di lei, questa potrebbe essere una ragione: con ciò sia cosa che, secondo Tolomeo e secondo la cristiana veritade, nove siano li cieli che si muovono, e secondo comune opinione astrologa, li detti cieli adoperino qua giuso secondo la loro abitudine insieme, questo numero fue amico di lei per dare ad intendere che ne la sua generazione tutti e nove li mobili cieli perfettissimamente s’aveano insieme. Questa è una ragione di ciò; ma più sottilmente pensando, e secondo la infallibile veritade, questo numero fue ella medesima; per similitudine dico, e ciò intendo così. Lo numero del tre è la radice del nove, però che sanza numero altro alcuno, per se medesimo fa nove, sì come vedemo manifestamente che tre via tre fa nove. Dunque se lo tre è fattore per sè medesimo del nove, e lo fattore per sè medesimo de li miracoli è tre, cioè Padre e Figlio e Spirito Santo, li quali sono tre e uno, questa donna fue accompagnata da questo numero del nove a dare ad intendere ch’ella era uno nove, cioè uno miracolo, la cui radice, cioè del miracolo, è solamente la mirabile Trinitade. Forse ancora per più sottile persona si vederebbe in ciò più sottile ragione; ma questa è quella ch’io ne veggio, e che più mi piace.
 

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sabato, agosto 1, 2009

La vita nuova – XXVIII

"Quomodo sedet sola civitas plena populo! facta est quasi vidua domina gentium". Io era nel proponimento ancora di questa canzone, e compiuta n’avea questa soprascritta stanzia, quando lo signore de la giustizia chiamòe questa gentilissima a gloriare sotto la insegna di quella regina benedetta virgo Maria, lo cui nome fue in grandissima reverenzia ne le parole di questa Beatrice beata. E avvegna che forse piacerebbe a presente trattare alquanto de la sua partita da noi, non è lo mio intendimento di trattarne qui per tre ragioni: la prima è che ciò non è del presente proposito, se volemo guardare nel proemio che precede questo libello; la seconda si è che, posto che fosse del presente proposito, ancora non sarebbe sufficiente la mia lingua a trattare, come si converrebbe, di ciò; la terza si è che, posto che fosse l’uno e l’altro, non è convenevole a me trattare di ciò, per quello che, trattando, converrebbe essere me laudatore di me medesimo, la quale cosa è al postutto biasimevole a chi lo fae: e però lascio cotale trattato ad altro chiosatore. Tuttavia, però che molte volte lo numero del nove ha preso luogo tra le parole dinanzi, onde pare che sia non sanza ragione, e ne la sua partita cotale numero pare che avesse molto luogo, convènesi di dire quindi alcuna cosa, acciò che pare al proposito convenirsi. Onde prima dicerò come ebbe luogo ne la sua partita, e poi n’assegnerò alcuna ragione, per che questo numero fue a lei cotanto amico.

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