La divina commedia

La riscoperta del poema di Dante Alighieri

lunedì, settembre 28, 2009

La vita nuova – XXXVI

Avvenne poi che là ovunque questa donna mi vedea, sì si facea d’una vista pietosa e d’un colore palido quasi come d’amore; onde molte fiate mi ricordava de la mia nobilissima donna, che di simile colore si mostrava tuttavia. E certo molte volte non potendo lagrimare né disfogare la mia trestizia, io andava per vedere questa pietosa donna, la quale parea che tirasse le lagrime fuori de li miei occhi per la sua vista. E però mi venne volontade di dire anche parole, parlando a lei; e dissi questo sonetto, lo quale comincia: "Color d’amore"; ed è piano sanza dividerlo, per la sua precedente ragione.

 Color d’amore e di pietà sembianti

 non preser mai così mirabilmente

 viso di donna, per veder sovente

 occhi gentili o dolorosi pianti,

 come lo vostro, qualora davanti

 vedètevi la mia labbia dolente;

 sì che per voi mi ven cosa a la mente,

 ch’io temo forte no lo cor si schianti.

 Eo non posso tener li occhi distrutti

 che non reguardin voi spesse fiate,

 per desiderio di pianger ch’elli hanno:

 e voi crescete sì lor volontate,

 che de la voglia si consuman tutti;

 ma lagrimar dinanzi a voi non sanno.

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lunedì, settembre 21, 2009

La vita nuova – XXXV

Poi per alquanto tempo, con ciò fosse cosa che io fosse in parte ne la quale mi ricordava del passato tempo, molto stava pensoso, e con dolorosi pensamenti tanto che mi faceano parere de fore una vista di terribile sbigottimento. Onde io, accorgendomi del mio travagliare, levai li occhi per vedere se altri mi vedesse. Allora vidi una gentile donna giovane e bella molto, la quale da una finestra mi riguardava sì pietosamente, quanto a la vista, che tutta la pietà parea in lei accolta. Onde, con ciò sia cosa che quando li miseri veggiono di loro compassione altrui, più tosto si muovono a lagrimare, quasi come di se stessi avendo pietade, io senti’ allora cominciare li miei occhi a volere piangere; e però, temendo di non mostrare la mia vile vita, mi partio dinanzi da li occhi di questa gentile; e dicea poi fra me medesimo: "E’ non puote essere che con quella pietosa donna non sia nobilissimo amore". E però propuosi di dire uno sonetto, ne lo quale io parlasse a lei, e conchiudesse in esso tutto ciò che narrato è in questa ragione. E però che per questa ragione è assai manifesto, sì nollo dividerò. Lo sonetto comincia: " Videro li occhi miei."

 Videro li occhi miei quanta pietate

 era apparita in la vostra figura,

 quando guardaste li atti e la statura

 ch’io faccio per dolor molte fiate.

 Allor m’accorsi che voi pensavate

 la qualità de la mia vita oscura,

 sì che mi giunse ne lo cor paura

 di dimostrar con li occhi mia viltate.

 E tòlsimi dinanzi a voi, sentendo

 che si movean le lagrime dal core,

 ch’era sommosso da la vostra vista.

 Io dicea poscia ne l’anima trista:

 "Ben è con quella donna quello Amore

 lo qual mi face andar così piangendo".

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lunedì, settembre 14, 2009

La vita nuova – XXXIV

In quello giorno nel quale si compiea l’anno che questa donna era fatta de li cittadini di vita eterna, io mi sedea in parte ne la quale, ricordandomi di lei, disegnava uno angelo sopra certe tavolette; e mentre io lo disegnava, volsi li occhi, e vidi lungo me uomini a li quali si convenia di fare onore. E riguardavano quello che io facea; e secondo che me fu detto poi, elli erano stati già alquanto anzi che io me ne accorgesse. Quando li vidi, mi levai, e salutando loro dissi: "Altri era testé meco, però pensava". Onde partiti costoro, ritornàimi a la mia opera, cioè del disegnare figure d’angeli: e facendo ciò, mi venne uno pensero di dire parole, quasi per annovale, e scrivere a costoro li quali erano venuti a me; e dissi allora questo sonetto, lo quale comincia: "Era venuta". Lo quale ha due cominciamenti, e però lo dividerò secondo l’uno e secondo l’altro. Dico che secondo lo primo, questo sonetto ha tre parti: ne la prima, dico che questa donna era già ne la mia memoria; ne la seconda, dico quello che Amore però mi facea; ne la terza, dico de gli effetti d’Amore. La seconda comincia quivi: "Amor che"; la terza quivi: "Piangendo uscivan for". Questa parte si divide in due: ne l’una dico che tutti li miei sospiri uscivano parlando; ne la seconda dico che alquanti diceano certe parole diverse da gli altri. La seconda comincia quivi: "Ma quei". Per questo medesimo modo si divide secondo l’altro cominciamento, salvo che ne la prima parte dico quando questa donna era così venuta ne la mia memoria, e ciò non dico ne l’altro.

 "Primo cominciamento"

 Era venuta ne la mente mia

 la gentil donna che per suo valore

 fu posta da l’altissimo Signore

 nel ciel de l’umiltate, ov’è Maria.

 "Secondo cominciamento"

 Era venuta ne la mente mia

 quella donna gentil cui piange Amore.

 Entro ‘n quel punto che lo suo valore

 vi trasse a riguardar quel ch’eo facia.

 Amor che ne la mente la sentia,

 s’era svegliato nel destrutto core,

 e diceva a’ sospiri: "Andate fore";

 per che ciascun dolente si partia.

 Piangendo uscivan for de lo mio petto

 con una voce che sovente mena

 le lagrime dogliose a li occhi tristi.

 Ma quei che n’uscian for con maggior pena,

 venian dicendo: "Oi nobile intelletto,

 oggi fa l’anno che nel ciel salisti".

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lunedì, settembre 7, 2009

La vita nuova – XXXIII

Poi che detto èi questo sonetto, pensandomi chi questi era a cui lo intendea dare quasi come per lui fatto, vidi che povero mi parea lo servigio e nudo a così distretta persona di questa gloriosa. E però anzi ch’io li dessi questo soprascritto sonetto, sì dissi due stanzie d’una canzone, l’una per costui veracemente, e l’altra per me, avvegna che paia l’una e l’altra per una persona detta, a chi non guarda sottilmente; ma chi sottilmente le mira, vede bene che diverse persone parlano, acciò che l’una non chiama sua donna costei, e l’altra sì, come appare manifestamente. Questa canzone e questo soprascritto sonetto li diedi, dicendo io lui che per lui solo fatto l’avea. La canzone comincia: "Quantunque volte," e ha due parti: ne l’una, cioè ne la prima stanzia, si lamenta questo mio caro e distretto a lei; ne la seconda mi lamento io, cioè ne l’altra stanzia si comincia: "E’ si raccoglie ne li miei". E così appare che in questa canzone si lamentano due persone, l’una de le quali si lamenta come frate, l’altra come servo.

 Quantunque volte, lasso! , mi rimembra

 ch’io non debbo giammai

 veder la donna ond’io vo sì dolente,

 tanto dolore intorno ‘l cor m’assembra

 la dolorosa mente,

 ch’io dico: – Anima mia, chè non ten vai?

 chè li tormenti che tu porterai

 nel secol, che t’è già tanto noio,

 mi fan pensoso di paura forte -.

 Ond’io chiamo la Morte,

 come soave e dolce mio riposo;

 e dico: – Vieni a me – con tanto amore,

 che sono astioso di chiunque more.

 E si raccoglie ne li miei sospiri

 un sòno di pietate,

 che va chiamando Morte tuttavia:

 a lei si volser tutti i miei disiri,

 quando la donna mia

 fu giunta da la sua crudelitate;

 perché ‘l piacere de la sua bieltate,

 partendo sé da la nostra veduta,

 divenne spirital bellezza grande,

 che per lo cielo spande

 luce d’amor, che li angeli saluta

 e lo intelletto loro alto, sottile

 face maravigliar, sì v’è gentile.
 

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martedì, settembre 1, 2009

La vita nuova – XXXII

Poi che detta fue questa canzone, sì venne a me uno, lo quale, secondo li gradi de l’amistade, è amico a me immediatamente dopo lo primo; e questi fue tanto distretto di sanguinitade con questa gloriosa, che nullo più presso l’era. E poi che fue meco a ragionare, mi pregòe ch’io li dovesse dire alcuna cosa per una donna che s’era morta; e simulava sue parole, acciò che paresse che dicesse d’un’altra, la quale morta era certamente. Onde io accorgendomi che questi dicea solamente per questa benedetta, sì li dissi di fare ciò che mi domandava lo suo prego. Onde poi pensando a ciò, propuosi di fare uno sonetto nel quale mi lamentasse alquanto, e di darlo a questo mio amico, acciò che paresse che per lui l’avessi fatto; e dissi allora questo sonetto, che comincia: "Venite a ‘ntender li sospiri miei". Lo quale ha due parti: ne la prima, chiamo li fedeli d’Amore che m’ intendano; ne la seconda, narro de la mia misera condizione. La seconda comincia quivi: "li quai disconsolati".

 Venite a ‘ntender li sospiri miei,

 oi cor gentili, chè pietà ‘l disia:

 li quai disconsolati vanno via,

 e s’e’ non fosser, di dolor morrei;

 però che gli occhi mi sarebber rei,

 molte fiate più ch’io non vorria,

 lasso! di pianger sì la donna mia,

 che sfogasser lo cor, piangendo lei.

 Voi udirete lor chiamar sovente

 la mia donna gentil, che si n’è gita

 al secol degno de la sua vertute;

 e dispregiar talora questa vita

 in persona de l’anima dolente

 abbandonata de la sua salute.

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