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	<title>La divina commedia &#187; Il convivio</title>
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	<description>La riscoperta del poema di Dante Alighieri</description>
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		<title>Convivio – Trattato IV – Capitolo V</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 14:02:04 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Non &egrave; maraviglia se la divina provedenza, che del tutto l&#39;angelico e lo umano accorgimento soperchia, occultamente a noi molte volte procede, con ci&ograve; sia cosa che spesse volte l&#39;umane operazioni a li uomini medesimi ascondono la loro intenzione; ma da maravigliare &egrave; forte, quando la essecuzione de lo etterno consiglio tanto manifesto procede con la nostra ragione. E per&ograve; io nel cominciamento di questo capitolo posso parlare con la bocca di Salomone, che in persona de la Sapienza dice ne li suoi Proverbi: &quot;Udite: per&ograve; che di grandi cose io debbo parlare&quot;.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Volendo la &#39;nmensurabile bont&agrave; divina l&#39;umana creatura a s&eacute; riconformare, che per lo peccato de la prevaricazione del primo uomo da Dio era partita e disformata, eletto fu in quello altissimo e congiuntissimo consistorio de la Trinitade, che &#39;l Figliuolo di Dio in terra discendesse a fare questa concordia. E per&ograve; che ne la sua venuta nel mondo, non solamente lo cielo, ma la terra convenia essere in ottima disposizione; e la ottima disposizione de la terra sia quando ella &egrave; monarchia, cio&egrave; tutta ad uno principe, come detto &egrave; di sopra; ordinato fu per lo divino provedimento quello popolo e quella cittade che ci&ograve; dovea compiere, cio&egrave; la gloriosa Roma. E per&ograve; che anche l&#39;albergo dove il celestiale rege intrare dovea convenia essere mondissimo e purissimo, ordinata fu una progenie santissima, de la quale dopo molti meriti nascesse una femmina ottima di tutte l&#39;altre, la quale fosse camera del Figliuolo di Dio: e questa progenie fu quella di David, del qual nascette la baldezza e l&#39;onore de l&#39;umana generazione, cio&egrave; Maria. E per&ograve; &egrave; scritto in Isaia: &quot;Nascer&agrave; virga de la radice di Iesse, e fiore de la sua radice salir&agrave;&quot;; e Iesse fu padre del sopra detto David. E tutto questo fu in uno temporale, che David nacque e nacque Roma, cio&egrave; che Enea venne di Troia in Italia, che fu origine de la cittade romana, s&igrave; come testimoniano le scritture. Per che assai &egrave; manifesto la divina elezione del romano imperio per lo nascimento de la santa cittade che fu contemporaneo a la radice de la progenie di Maria. E incidentemente &egrave; da toccare che, poi che esso cielo cominci&ograve; a girare, in migliore disposizione non fu che allora quando di l&agrave; su discese Colui che l&#39;ha fatto e che &#39;l governa; s&igrave; come ancora per virt&ugrave; di loro arti li matematici possono ritrovare. N&eacute; &#39;l mondo mai non fu n&eacute; sar&agrave; s&igrave; perfettamente disposto come allora che a la voce d&#39;un solo, principe del roman popolo e comandatore, fu ordinato, s&igrave; come testimonia Luca evangelista. E per&ograve; che pace universale era per tutto, che mai, pi&ugrave;, non fu n&eacute; fia, la nave de l&#39;umana compagnia dirittamente per dolce cammino a debito porto correa. Oh ineffabile e incomprensibile sapienza di Dio che a una ora, per la tua venuta, in Siria suso e qua in Italia tanto dinanzi ti <u>preparasti</u>! E oh stoltissime e vilissime bestiuole che a guisa d&#39;uomo voi pascete, che presummete contra nostra fede parlare e volete sapere, filando e zappando, ci&ograve; che Iddio, che con tanta prudenza hae ordinato! Maladetti siate voi, e la vostra presunzione, e chi a voi crede!<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; E, come detto &egrave; di sopra nel fine del precedente capitolo del presente trattato, non solamente speziale nascimento, ma speziale processo ebbe da Dio; ch&eacute; brievemente, da Romolo incominciando, che fu di quella primo padre, infino a la sua perfettissima etade, cio&egrave; al tempo del predetto suo imperadore, non pur per umane ma per divine operazioni and&ograve; lo suo processo. Che se consideriamo li sette regi che prima la governaro, cio&egrave; Romolo, Numa, Tullo, Anco e li re Tarquini, che furono quasi baiuli e tutori de la sua puerizia, noi trovare potremo per le scritture de le romane istorie, massimamente per Tito Livio, coloro essere stati di diverse nature, secondo l&#39;opportunitade del procedente tempo. Se noi consideriamo poi quella per la maggiore adolescenza sua, poi che da la reale tutoria fu emancipata, da Bruto primo consolo infino a Cesare primo prencipe sommo, noi troveremo lei essaltata non con umani cittadini, ma con divini, ne li quali non amore umano, ma divino era inspirato in amare lei. E ci&ograve; non potea n&eacute; dovea essere se non per ispeziale fine, da Dio inteso in tanta celestiale infusione. E chi dir&agrave; che fosse sanza divina inspirazione, Fabrizio infinita quasi moltitudine d&#39;oro rifiutare, per non volere abbandonare sua patria? Curio, da li Sanniti tentato di corrompere, grandissima quantit&agrave; d&#39;oro per carit&agrave; de la patria rifiutare, dicendo che li romani cittadini non l&#39;oro, ma li possessori de l&#39;oro possedere voleano? e Muzio la sua mano propria incendere, perch&eacute; fallato avea lo colpo che per liberare Roma pensato avea? Chi dir&agrave; di Torquato, giudicatore del suo figliuolo a morte per amore del publico bene, sanza divino aiutorio ci&ograve; avere sofferto? e Bruto predetto similemente? Chi dir&agrave; de li Deci e de li Drusi, che puosero la loro vita per la patria? Chi dir&agrave; del cattivato Regolo, da Cartagine mandato a Roma per commutare li presi cartaginesi a s&eacute; e a li altri presi romani, avere contra s&eacute; per amore di Roma, dopo la legazione ritratta, consigliato, solo da umana, e non da divina natura mosso? Chi dir&agrave; di Quinzio Cincinnato, fatto dittatore e tolto da lo aratro, e dopo lo tempo de l&#39;officio, spontaneamente quello rifiutando a lo arare essere ritornato? Chi dir&agrave; di Cammillo, bandeggiato e cacciato in essilio, essere venuto a liberare Roma contra li suoi nimici, e dopo la sua liberazione, spontaneamente essere ritornato in essilio per non offendere la senatoria autoritade, sanza divina istigazione? O sacratissimo petto di Catone, chi presummer&agrave; di te parlare? Certo maggiormente di te parlare non si pu&ograve; che tacere, e seguire Ieronimo quando nel proemio de la Bibbia, l&agrave; dove di Paolo tocca, dice che meglio &egrave; tacere che poco dire. Certo e manifesto esser dee, rimembrando la vita di costoro e de li altri divini cittadini, non sanza alcuna luce de la divina bontade, aggiunta sopra la loro buona natura, essere tante mirabili operazioni state; e manifesto esser dee, questi eccellentissimi essere stati strumenti con li quali procedette la divina provedenza ne lo romano imperio, dove pi&ugrave; volte parve esse braccia di Dio essere presenti. E non puose Iddio le mani proprie a la battaglia dove li Albani con li Romani, dal principio, per lo capo del regno combattero, quando uno solo Romano ne le mani ebbe la franchigia di Roma? Non puose Iddio le mani proprie, quando li Franceschi, tutta Roma presa, prendeano di furto Campidoglio di notte, e solamente la voce d&#39;una oca f&eacute; ci&ograve; sentire? E non puose Iddio le mani, quando, per la guerra d&#39;Annibale avendo perduti tanti cittadini che tre moggia d&#39;anella in Africa erano portati, li Romani volsero abbandonare la terra, se quel benedetto Scipione giovane non avesse impresa l&#39;andata in Africa per la sua franchezza? E non puose Iddio le mani quando uno nuovo cittadino di picciola condizione, cio&egrave; Tullio, contra tanto cittadino quanto era Catellina la romana libert&agrave; difese? Certo s&igrave;. Per che pi&ugrave; chiedere non si dee, a vedere che spezial nascimento e spezial processo, da Dio pensato e ordinato, fosse quello de la santa cittade. Certo di ferma sono oppinione che le pietre che ne le mura sue stanno siano degne di reverenzia, e lo suolo dov&#39;ella siede sia degno oltre quello che per li uomini &egrave; predicato e approvato.</p>
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		<title>Convivio – Trattato IV – Capitolo IV</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 14:00:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; Lo fondamento radicale de la imperiale maiestade, secondo lo vero, &#232; la necessit&#224; de la umana civilitade, che a uno fine &#232; ordinata, cio&#232; a vita felice; a la quale nullo per s&#233; &#232; sufficiente a venire sanza l&#39;aiutorio d&#39;alcuno, con ci&#242; sia cosa che l&#39;uomo abbisogna di molte cose, a le quali uno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Lo fondamento radicale de la imperiale maiestade, secondo lo vero, &egrave; la necessit&agrave; de la umana civilitade, che a uno fine &egrave; ordinata, cio&egrave; a vita felice; a la quale nullo per s&eacute; &egrave; sufficiente a venire sanza l&#39;aiutorio d&#39;alcuno, con ci&ograve; sia cosa che l&#39;uomo abbisogna di molte cose, a le quali uno solo satisfare non pu&ograve;. E per&ograve; dice lo Filosofo che l&#39;uomo naturalmente &egrave; compagnevole animale. E s&igrave; come un uomo a sua sufficienza richiede compagnia dimestica di famiglia, cos&igrave; una casa a sua sufficienza richiede una vicinanza: altrimenti molti difetti sosterrebbe che sarebbero impedimento di felicitade. E per&ograve; che una vicinanza a s&eacute; non pu&ograve; in tutto satisfare, conviene a satisfacimento di quella essere la cittade. Ancora la cittade richiede a le sue arti e a le sue difensioni vicenda avere e fratellanza con le circavicine cittadi; e per&ograve; fu fatto lo regno. Onde, con ci&ograve; sia cosa che l&#39;animo umano in terminata possessione di terra non si queti, ma sempre desideri gloria d&#39;acquistare, s&igrave; come per esperienza vedemo, discordie e guerre conviene surgere intra regno e regno, le quali sono tribulazioni de le cittadi, e per le cittadi de le vicinanze, e per le vicinanze de le case, e per le case de l&#39;uomo; e cos&igrave; s&#39;impedisce la felicitade. Il perch&eacute;, a queste guerre e le loro cagioni torre via, conviene di necessitade tutta la terra, e quanto a l&#39;umana generazione a possedere &egrave; dato, essendo Monarchia, cio&egrave; uno solo principato, e uno prencipe avere; lo quale, tutto possedendo e pi&ugrave; desiderare non possendo, li regi tegna contenti ne li termini de li regni, s&igrave; che pace intra loro sia, ne la quale si posino le cittadi, e in questa posa le vicinanze s&#39;amino, in questo amore le case prendano ogni loro bisogno, lo qual preso, l&#39;uomo viva felicemente; che &egrave; quello per che esso &egrave; nato. E a queste ragioni si possono reducere parole del Filosofo ch&#39;egli ne la Politica dice, che quando pi&ugrave; cose ad uno fine sono ordinate, una di quelle conviene essere regolante, o vero reggente, e tutte l&#39;altre rette e regolate. S&igrave; come vedemo in una nave, che diversi offici e diversi fini di quella a uno solo fine sono ordinati, cio&egrave; a prendere loro desiderato porto per salutevole via: dove, s&igrave; come ciascuno officiale ordina la propria operazione nel proprio fine, cos&igrave; &egrave; uno che tutti questi fini considera, e ordina quelli ne l&#39;ultimo di tutti; e questo &egrave; lo nocchiero, a la cui voce tutti obedire deono. Questo vedemo ne le religioni, ne li esserciti, in tutte quelle cose che sono, come detto &egrave;, a fine ordinate. Per che manifestamente vedere si pu&ograve; che a perfezione de la universale religione de la umana spezie conviene essere uno, quasi nocchiero, che, considerando le diverse condizioni del mondo, a li diversi e necessari offici ordinare abbia del tutto universale e inrepugnabile officio di comandare. E questo officio per eccellenza Imperio &egrave; chiamato, sanza nulla addizione, per&ograve; che esso &egrave; di tutti li altri comandamenti comandamento. E cos&igrave; chi a questo officio &egrave; posto &egrave; chiamato Imperadore, per&ograve; che di tutti li comandamenti elli &egrave; comandatore, e quello che esso dice a tutti &egrave; legge, e per tutti dee essere obedito e ogni altro comandamento da quello di costui prendere vigore e autoritade. E cos&igrave; si manifesta la imperiale maiestade e autoritade essere altissima ne l&#39;umana compagnia.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Veramente potrebbe alcuno gavillare dicendo che, tutto che al mondo officio d&#39;imperio si richeggia, non fa ci&ograve; l&#39;autoritade de lo romano principe ragionevolemente somma, la quale s&#39;intende dimostrare; per&ograve; che la romana potenzia non per ragione n&eacute; per decreto di convento universale fu acquistata, ma per forza, che a la ragione pare esser contraria. A ci&ograve; si pu&ograve; lievemente rispondere, che la elezione di questo sommo officiale convenia primieramente procedere da quello consiglio che per tutti provede, cio&egrave; Dio; altrimenti sarebbe stata la elezione per tutti non iguale; con ci&ograve; sia cosa che, anzi l&#39;officiale predetto, nullo a bene di tutti intendea. E per&ograve; che pi&ugrave; dolce natura in segnoreggiando, e pi&ugrave; forte in sostenendo, e pi&ugrave; sottile in acquistando n&eacute; fu n&eacute; fia che quella de la gente latina &#8211; s&igrave; come per esperienza si pu&ograve; vedere &#8211; e massimamente di quello popolo santo nel quale l&#39;alto sangue troiano era mischiato, cio&egrave; Roma, Dio quello elesse a quello officio. Per&ograve; che, con ci&ograve; sia cosa che a quello ottenere non sanza grandissima vertude venire si potesse, e a quello usare grandissima e umanissima benignitade si richiedesse, questo era quello popolo che a ci&ograve; pi&ugrave; era disposto. Onde non da forza fu principalmente preso per la romana gente, ma da divina provedenza, che &egrave; sopra ogni ragione. E in ci&ograve; s&#39;accorda Virgilio nel primo de lo Eneida, quando dice, in persona di Dio parlando: &quot;A costoro &#8211; cio&egrave; a li Romani &#8211; n&eacute; termine di cose n&eacute; di tempo pongo; a loro ho dato imperio sanza fine&quot;. La forza dunque non fu cagione movente, s&igrave; come credeva chi gavillava, ma fu cagione instrumentale, s&igrave; come sono li colpi del martello cagione del coltello, e l&#39;anima del fabbro &egrave; cagione efficiente e movente; e cos&igrave; non forza, ma ragione, e ancora divina, conviene essere stata principio del romano imperio. E che ci&ograve; sia, per due apertissime ragioni vedere si pu&ograve;, le quali mostrano quella civitade imperatrice, e da Dio avere spezial nascimento, e da Dio avere spezial processo. Ma per&ograve; che in questo capitolo sanza troppa lunghezza ci&ograve; trattare non si potrebbe, e li lunghi capitoli sono inimici de la memoria, far&ograve; ancora digressione d&#39;altro capitolo per le toccate ragioni mostrare; che non ha sanza utilitade e diletto grande.</p>
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		<title>Convivio – Trattato IV – Capitolo III</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jul 2010 13:59:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; Veduta la sentenza del proemio, &#232; da seguire lo trattato; e per meglio quello mostrare, partire si conviene per le sue parti principali, che sono tre: che ne la prima si tratta de la nobilitade secondo oppinioni d&#39;altri; ne la seconda si tratta di quella secondo la propria oppinione; ne la terza si volge [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Veduta la sentenza del proemio, &egrave; da seguire lo trattato; e per meglio quello mostrare, partire si conviene per le sue parti principali, che sono tre: che ne la prima si tratta de la nobilitade secondo oppinioni d&#39;altri; ne la seconda si tratta di quella secondo la propria oppinione; ne la terza si volge lo parlare a la canzone, ad alcuno adornamento di ci&ograve; che detto &egrave;. La seconda parte comincia: <i>Dico ch&#39;ogni vert&ugrave; principalmente</i>. La terza comincia: <i>Contra-li-erranti mia, tu te n&#39;andrai</i>. E appresso queste tre parti generali, e altre divisioni fare si convegnono, a bene prender lo &#39;ntelletto che mostrare s&#39;intende. Per&ograve; nullo si maravigli se per molte divisioni si procede, con ci&ograve; sia cosa che grande e alta opera sia per le mani al presente e da li autori poco cercata, e che lungo convegna essere lo trattato e sottile, nel quale per me ora s&#39;entra, a distrigare lo testo perfettamente secondo la sentenza che esso porta.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dunque dico che ora questa prima parte si divide in due: che ne la prima si pongono le oppinioni altrui, ne la seconda si ripruovano quelle; e comincia questa seconda parte: <i>Chi diffinisce: &quot;Omo &egrave; legno animato&quot;</i>. Ancora la prima parte che rimane s&igrave; ha due membri: lo primo &egrave; la narrazione de l&#39;oppinione de lo imperadore; lo secondo &egrave; la narrazione de l&#39;oppinione de la gente volgare, che &egrave; d&#39;ogni ragione ignuda. E comincia questo secondo membro: <i>E altri fu di pi&ugrave; lieve savere</i>. Dico dunque: <i>Tale imper&ograve;</i>, cio&egrave; tale us&ograve; l&#39;officio imperiale: dov&#39;&egrave; da sapere che Federigo di Soave, ultimo imperadore de li Romani &#8211; ultimo dico per rispetto al tempo presente, non ostante che Ridolfo e Andolfo e Alberto poi eletti siano, appresso la sua morte e de li suoi discendenti -, domandato che fosse gentilezza, rispuose ch&#39;era antica ricchezza e belli costumi. E dico che <i>altri fu di pi&ugrave; lieve savere</i>: che, pensando e rivolgendo questa diffinizione in ogni parte, lev&ograve; via l&#39;ultima particula, cio&egrave; li belli costumi, e tennesi a la prima, cio&egrave; a l&#39;antica ricchezza; e, secondo che lo testo pare dubitare, forse per non avere li belli costumi non volendo perdere lo nome di gentilezza, diffinio quella secondo che per lui facea, cio&egrave; possessione d&#39;antica ricchezza. E dico che questa oppinione &egrave; quasi di tutti, dicendo che dietro da costui vanno tutti coloro che fanno altrui gentile per essere di progenie lungamente stata ricca, con ci&ograve; sia cosa che quasi tutti cos&igrave; latrano. Queste due oppinioni &#8211; avvegna che l&#39;una, come detto &egrave;, del tutto sia da non curare &#8211; due gravissime ragioni pare che abbiano in aiuto: la prima &egrave; che dice lo Filosofo che quello che pare a li pi&ugrave;, impossibile &egrave; del tutto essere falso; la seconda ragione &egrave; l&#39;autoritade de la diffinizione de lo imperadore. E perch&eacute; meglio si veggia poi la vertude de la veritade, che ogni autoritade convince, ragionare intendo quanto l&#39;una e l&#39;altra di queste ragioni aiutatrice e possente &egrave;. E, prima, poi che de la imperiale autoritade sapere non si pu&ograve; se non si ritruovano le sue radici, di quelle per intenzione in capitolo speziale &egrave; da trattare.</p>
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		<title>Convivio – Trattato IV – Capitolo II</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 13:58:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; Nel principio de la impresa esposizione, per meglio dare a intendere la sentenza de la proposta canzone, conviensi quella partire prima in due parti, che ne la prima parte proemialmente si parla, ne la seconda si seguita lo trattato; e comincia la seconda parte nel cominciamento del secondo verso, dove dice: Tale imper&#242; che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Nel principio de la impresa esposizione, per meglio dare a intendere la sentenza de la proposta canzone, conviensi quella partire prima in due parti, che ne la prima parte proemialmente si parla, ne la seconda si seguita lo trattato; e comincia la seconda parte nel cominciamento del secondo verso, dove dice: <i>Tale imper&ograve; che gentilezza volse</i>. La prima parte ancora in tre membra si pu&ograve; comprendere: nel primo si dice perch&eacute; da lo parlare usato mi parto; nel secondo dico quello che &egrave; di mia intenzione a trattare; nel terzo domando aiutorio a quella cosa che pi&ugrave; aiutare mi pu&ograve;, cio&egrave; a la veritade. Lo secondo membro comincia: <i>E poi che tempo mi par d&#39;aspettare</i>. Lo terzo comincia: <i>E, cominciando, chiamo quel signore</i>.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dico adunque che &quot;a me conviene lasciare le dolci rime d&#39;amore le quali solieno cercare li miei pensieri&quot;; e la cagione assegno, perch&eacute; dico che ci&ograve; non &egrave; per intendimento di pi&ugrave; non rimare d&#39;amore, ma per&ograve; che ne la donna mia nuovi sembianti sono appariti li quali m&#39;hanno tolto materia di dire al presente d&#39;amore. Ov&#39;&egrave; da sapere che non si dice qui li atti di questa donna essere &quot;disdegnosi e fieri&quot; se non secondo l&#39;apparenza; s&igrave; come nel decimo capitolo del precedente trattato si pu&ograve; vedere come altra volta dico che l&#39;apparenza de la veritade si discordava. E come ci&ograve; pu&ograve; essere, che una medesima cosa sia dolce e paia amara, o vero sia chiara e paia oscura, quivi sufficientemente vedere si pu&ograve;.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Appresso, quando dico: <i>E poi che tempo mi par d&#39;aspettare</i>, dico, s&igrave; come detto &egrave;, questo che trattare intendo. E qui non &egrave; da trapassare con piede secco ci&ograve; che si dice in &quot;tempo aspettare&quot;, imper&ograve; che potentissima cagione &egrave; de la mia mossa; ma da vedere &egrave; come ragionevolemente quel tempo in tutte le nostre operazioni si dee attendere, e massimamente nel parlare. Lo tempo, secondo che dice Aristotile nel quarto de la Fisica, &egrave; &quot;numero di movimento, secondo prima e poi&quot;; e &quot;numero di movimento celestiale&quot;, lo quale dispone le cose di qua gi&ugrave; diversamente a ricevere alcuna informazione. Ch&eacute; altrimenti &egrave; disposta la terra nel principio de la primavera a ricevere in s&eacute; la informazione de l&#39;erbe e de li fiori, e altrimenti lo verno; e altrimenti &egrave; disposta una stagione a ricevere lo seme che un&#39;altra; e cos&igrave; la nostra mente in quanto ella &egrave; fondata sopra la complessione del corpo, che a seguitare la circulazione del cielo altrimenti &egrave; disposto un tempo e altrimenti un altro. Per che le parole, che sono quasi seme d&#39;operazione, si deono molto discretamente sostenere e lasciare, s&igrave; perch&eacute; bene siano ricevute e fruttifere vegnano, s&igrave; perch&eacute; da la loro parte non sia difetto di sterilitade. E per&ograve; lo tempo &egrave; da provedere, s&igrave; per colui che parla come per colui che dee udire: ch&eacute; se &#39;l parladore &egrave; mal disposto, pi&ugrave; volte sono le sue parole dannose; e se l&#39;uditore &egrave; mal disposto, mal sono quelle ricevute che buone siano. E per&ograve; Salomone dice ne lo Ecclesiaste: &quot;Tempo &egrave; da parlare, e tempo &egrave; da tacere&quot;. Per che io sentendo in me turbata disposizione, per la cagione che detta &egrave; nel precedente capitolo, a parlare d&#39;Amore, parve a me che fosse d&#39;aspettare tempo, lo quale seco porta lo fine d&#39;ogni desiderio, e appresenta, quasi come donatore, a coloro a cui non incresce d&#39;aspettare. Onde dice santo Iacopo apostolo ne la sua Pistola: &quot;Ecco lo agricola aspetta lo prezioso frutto de la terra, pazientemente sostenendo infino che riceva lo temporaneo e lo serotino&quot;. E tutte le nostre brighe, se bene veniamo a cercare li loro principii, procedono quasi dal non conoscere l&#39;uso del tempo.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dico: &quot;poi che da aspettare mi pare, diporroe&quot;, cio&egrave; lascier&ograve; stare, &quot;lo mio stilo&quot;, cio&egrave; modo, &quot;soave&quot; che d&#39;Amore parlando hoe tenuto; e dico di dicere di quello &quot;valore&quot; per lo quale uomo &egrave; gentile veracemente. E avvegna che &quot;valore&quot; intendere si possa per pi&ugrave; modi, qui si prende &quot;valore&quot; quasi potenza di natura, o vero bontade da quella data, s&igrave; come di sotto si vedr&agrave;. E prometto di trattare di questa materia <i>con rima aspr&#39;e sottile</i>. Per che sapere si conviene che &quot;rima&quot; si pu&ograve; doppiamente considerare, cio&egrave; largamente e strettamente: strettamente, s&#39;intende pur per quella concordanza che ne l&#39;ultima e penultima sillaba far si suole; quando largamente, s&#39;intende per tutto quel parlare che &#39;n numeri e tempo regolato in rimate consonanze cade, e cos&igrave; qui in questo proemio prendere e intendere si vuole. E per&ograve; dice <i>aspra</i> quanto al suono de lo dittato, che a tanta materia non conviene essere leno; e dice <i>sottile</i> quanto a la sentenza de le parole, che sottilmente argomentando e disputando procedono. E soggiungo: <i>Riprovando &#39;l giudicio falso e vile</i>, ove si promette ancora di riprovare lo giudicio de la gente piena d&#39;errore; <i>falso</i>, cio&egrave; rimosso da la veritade, e <i>vile</i>, cio&egrave; da vilt&agrave; d&#39;animo affermato e fortificato. Ed &egrave; da guardare a ci&ograve;, che in questo proemio prima si promette di trattare lo vero, e poi di riprovare lo falso, e nel trattato si fa l&#39;opposito; ch&eacute; prima si ripruova lo falso, e poi si tratta lo vero: che pare non convenire a la promessione. Per&ograve; &egrave; da sapere che tutto che a l&#39;uno e a l&#39;altro s&#39;intenda, al trattare lo vero s&#39;intende principalmente; a riprovare lo falso s&#39;intende in tanto in quanto la veritade meglio si fa apparire. E qui prima si promette lo trattare del vero, s&igrave; come principale intento, lo quale a l&#39;anima de li auditori porta desiderio d&#39;udire: nel trattato prima si ripruova lo falso, acci&ograve; che, fugate le male oppinioni, la veritade poi pi&ugrave; liberamente sia ricevuta. E questo modo tenne lo maestro de l&#39;umana ragione, Aristotile, che sempre prima combatteo con li avversari de la veritade e poi, quelli convinti, la veritade mostroe.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Ultimamente, quando dico: <i>E, cominciando, chiamo quel signore</i>, chiamo la veritade che sia meco, la quale &egrave; quello signore che ne li occhi, cio&egrave; ne le dimostrazioni de la filosofia dimora, e bene &egrave; signore, ch&eacute; a lei disposata l&#39;anima &egrave; donna, e altrimenti &egrave; serva fuori d&#39;ogni libertade. E dice: <i>Per ch&#39;ella di se stessa s&#39;innamora</i>, per&ograve; che essa filosofia, che &egrave;, s&igrave; come detto &egrave; nel precedente trattato, amoroso uso di sapienza, se medesima riguarda, quando apparisce la bellezza de li occhi suoi a lei; che altro non &egrave; a dire, se non che l&#39;anima filosofante non solamente contempla essa veritade, ma ancora contempla lo suo contemplare medesimo e la bellezza di quello, rivolgendosi sovra se stessa e di se stessa innamorando per la bellezza del suo primo guardare. E cos&igrave; termina ci&ograve; che proemialmente per tre membri porta lo testo del presente trattato.</p>
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		<title>Convivio – Trattato IV – Capitolo I</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jul 2010 13:57:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; Amore, secondo la concordevole sentenza de li savi di lui ragionanti, e secondo quello che per esperienza continuamente vedemo, &#232; che congiunge e unisce l&#39;amante con la persona amata; onde Pittagora dice: &#34;Ne l&#39;amist&#224; si fa uno di pi&#249;&#34;. E per&#242; che le cose congiunte comunicano naturalmente intra s&#233; le loro qualitadi, in tanto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Amore, secondo la concordevole sentenza de li savi di lui ragionanti, e secondo quello che per esperienza continuamente vedemo, &egrave; che congiunge e unisce l&#39;amante con la persona amata; onde Pittagora dice: &quot;Ne l&#39;amist&agrave; si fa uno di pi&ugrave;&quot;. E per&ograve; che le cose congiunte comunicano naturalmente intra s&eacute; le loro qualitadi, in tanto che talvolta &egrave; che l&#39;una torna del tutto ne la natura de l&#39;altra, incontra che le passioni de la persona amata entrano ne la persona amante, s&igrave; che l&#39;amore de l&#39;una si comunica ne l&#39;altra, e cos&igrave; l&#39;odio e lo desiderio e ogni altra passione. Per che li amici de l&#39;uno sono da l&#39;altro amati, e li nemici odiati; per che in greco proverbio &egrave; detto: &quot;De li amici essere deono tutte le cose comuni&quot;. Onde io, fatto amico di questa donna, di sopra ne la verace esposizione nominata, cominciai ad amare e odiare secondo l&#39;amore e l&#39;odio suo. Cominciai adunque ad amare li seguitatori de la veritade e odiare li seguitatori de lo errore e de la falsitade, com&#39;ella face. Ma per&ograve; che ciascuna cosa per s&eacute; &egrave; da amare, e nulla &egrave; da odiare se non per sopravenimento di malizia, ragionevole e onesto &egrave;, non le cose, ma le malizie de le cose odiare e procurare da esse di partire. E a ci&ograve; s&#39;alcuna persona intende, la mia eccellentissima donna intende massimamente: a partire, dico, la malizia de le cose, la qual cagione &egrave; d&#39;odio; per&ograve; che in lei &egrave; tutta ragione e in lei &egrave; fontalemente l&#39;onestade. Io, lei seguitando ne l&#39;opera s&igrave; come ne la passione quanto potea, li errori de la gente abominava e dispregiava, non per infamia o vituperio de li erranti, ma de li errori; li quali biasimando credea far dispiacere, e, dispiaciuti, partire da coloro che per essi eran da me odiati. Intra li quali errori uno io massimamente riprendea, lo quale non solamente &egrave; dannoso e pericoloso a coloro che in esso stanno, ma eziandio a li altri, che lui riprendano, porta dolore e danno. Questo &egrave; l&#39;errore de l&#39;umana bontade in quanto in noi &egrave; da la natura seminata e che &quot;nobilitade&quot; chiamare si dee; che per mala consuetudine e per poco intelletto era tanto fortificato, che l&#39;oppinione, quasi di tutti, n&#39;era falsificata; e de la falsa oppinione nascevano li falsi giudicii, e de&#39; falsi giudicii nascevano le non giuste reverenze e vilipensioni; per che li buoni erano in villano dispetto tenuti, e li malvagi onorati ed essaltati. La qual cosa era pessima confusione del mondo; s&igrave; come veder puote chi mira quello che di ci&ograve; pu&ograve; seguitare, sottilmente. Per che, con ci&ograve; fosse cosa che questa mia donna un poco li suoi dolci sembianti transmutasse a me, massimamente in quelle parti dove io mirava e cercava se la prima materia de li elementi era da Dio intesa, &#8211; per la qual cosa un poco dal frequentare lo suo aspetto mi sostenni -, quasi ne la sua assenzia dimorando, entrai a riguardare col pensiero lo difetto umano intorno al detto errore. E per fuggire oziositade, che massimamente di questa donna &egrave; nemica, e per istinguere questo errore, che tanti amici le toglie, proposi di gridare a la gente che per mal cammino andavano, acci&ograve; che per diritto calle si dirizzassero; e cominciai una canzone nel cui principio dissi: <i>Le dolci rime d&#39;amor ch&#39;i&#39; solia</i>. Ne la quale io intendo riducer la gente in diritta via sopra la propia conoscenza de la verace nobilitade; s&igrave; come per la conoscenza del suo testo, a la esposizione del quale ora s&#39;intende, vedere si potr&agrave;. E per&ograve; che in questa canzone s&#39;intese a rimedio cos&igrave; necessario, non era buono sotto alcuna figura parlare, ma conveniesi per via tostana questa medicina, acci&ograve; che fosse tostana la sanitade; la quale corrotta, a cos&igrave; laida morte si correa.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Non sar&agrave; dunque mestiere ne la esposizione di costei alcuna allegoria aprire, ma solamente la sentenza secondo la lettera ragionare. Per mia donna intendo sempre quella che ne la precedente ragione &egrave; ragionata, cio&egrave; quella luce virtuosissima, Filosofia, li cui raggi fanno ne li fiori rifronzire e fruttificare la verace de li uomini nobilitade, de la quale trattare la proposta canzone pienamente intende.</p>
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		<title>Convivio – Trattato IV – Canzone</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jun 2010 13:56:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il convivio]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160; &#160; Le dolci rime d&#39;amor ch&#39;i&#39; solia Cercar ne&#39; miei pensieri Convien ch&#39;io lasci; non perch&#39;io non speri Dd esse ritornare, Ma perch&#233; li atti disdegnosi e feri Che ne la donna mia Sono appariti m&#39;han chiusa la via De l&#39;usato parlare. E poi che tempo mi par d&#39;aspettare, Diporr&#242; gi&#249; lo mio soave [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-top: 0.18cm; margin-bottom: 0.18cm;">&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp; Le dolci rime d&#39;amor ch&#39;i&#39; solia<br />
	Cercar ne&#39; miei pensieri<br />
	Convien ch&#39;io lasci; non perch&#39;io non speri<br />
	Dd esse ritornare,<br />
	Ma perch&eacute; li atti disdegnosi e feri<br />
	Che ne la donna mia<br />
	Sono appariti m&#39;han chiusa la via<br />
	De l&#39;usato parlare.<br />
	E poi che tempo mi par d&#39;aspettare,<br />
	Diporr&ograve; gi&ugrave; lo mio soave stile,<br />
	Ch&#39;i&#39; ho tenuto nel trattar d&#39;amore;<br />
	E dir&ograve; del valore,<br />
	Per lo qual veramente omo &egrave; gentile,<br />
	Con rima aspr&#39; e sottile;<br />
	Riprovando &#39;l giudicio falso e vile<br />
	Di quei che voglion che di gentilezza<br />
	Sia principio ricchezza.<br />
	E, cominciando, chiamo quel signore<br />
	Ch&#39;a la mia donna ne li occhi dimora,<br />
	Per ch&#39;ella di se stessa s&#39;innamora.</div>
<div style="margin-top: 0.18cm; margin-bottom: 0.18cm;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Tale imper&ograve; che gentilezza volse,<br />
	Secondo &#39;l suo parere,<br />
	Che fosse antica possession d&#39;avere<br />
	Con reggimenti belli;<br />
	E altri fu di pi&ugrave; lieve savere,<br />
	Che tal detto rivolse,<br />
	E l&#39;ultima particula ne tolse,<br />
	Ch&eacute; non l&#39;avea fors&#39;elli!<br />
	Di retro da costui van tutti quelli<br />
	Che fan gentile per ischiatta altrui<br />
	Che lungiamente in gran ricchezza &egrave; stata;<br />
	Ed &egrave; tanto durata<br />
	La cos&igrave; falsa oppinion tra nui,<br />
	Che l&#39;uom chiama colui<br />
	Omo gentil che pu&ograve; dicere: &quot;Io fui<br />
	Nepote, o figlio, di cotal valente&quot;,<br />
	Bench&eacute; sia da niente.<br />
	Ma vilissimo sembra, a chi &#39;l ver guata,<br />
	Cui &egrave; scorto &#39;l cammino e poscia l&#39;erra,<br />
	E tocca a tal, ch&#39;&egrave; morto e va per terra!</div>
<div style="margin-top: 0.18cm; margin-bottom: 0.18cm;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Chi diffinisce: &quot;Omo &egrave; legno animato&quot;,<br />
	Prima dice non vero,<br />
	E, dopo &#39;l falso, parla non intero;<br />
	Ma pi&ugrave; forse non vede.<br />
	Similemente fu chi tenne impero<br />
	In diffinire errato,<br />
	Ch&eacute; prima puose &#39;l falso e, d&#39;altro lato,<br />
	Con difetto procede;<br />
	Ch&eacute; le divizie, s&igrave; come si crede,<br />
	Non posson gentilezza dar n&eacute; t&ograve;rre,<br />
	Per&ograve; che vili son da lor natura:<br />
	Poi chi pinge figura,<br />
	Se non pu&ograve; esser lei, non la pu&ograve; porre,<br />
	N&eacute; la diritta torre<br />
	Fa piegar rivo che da lungi corre.<br />
	Che siano vili appare ed imperfette,<br />
	Ch&eacute;, quantunque collette,<br />
	Non posson quietar, ma dan pi&ugrave; cura;<br />
	Onde l&#39;animo ch&#39;&egrave; dritto e verace<br />
	Per lor discorrimento non si sface.</div>
<div style="margin-top: 0.18cm; margin-bottom: 0.18cm;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; N&eacute; voglion che vil uom gentil divegna,<br />
	N&eacute; di vil padre scenda<br />
	Nazion che per gentil gi&agrave; mai s&#39;intenda;<br />
	Questo &egrave; da lor confesso:<br />
	Onde lor ragion par che s&eacute; offenda<br />
	In tanto quanto assegna<br />
	Che tempo a gentilezza si convegna,<br />
	Diffinendo con esso.<br />
	Ancor, segue di ci&ograve; che innanzi ho messo,<br />
	Che siam tutti gentili o ver villani,<br />
	O che non fosse ad uom cominciamento;<br />
	Ma ci&ograve; io non consento,<br />
	Ned ellino altress&igrave;, se son cristiani!<br />
	Per che a &#39;ntelletti sani<br />
	&Egrave; manifesto i lor diri esser vani,<br />
	E io cos&igrave; per falsi li riprovo,<br />
	E da lor mi rimovo;<br />
	E dicer voglio omai, s&igrave; com&#39;io sento,<br />
	Che cosa &egrave; gentilezza, e da che vene,<br />
	E dir&ograve; i segni che &#39;l gentile uom tene.</div>
<div style="margin-top: 0.18cm; margin-bottom: 0.18cm;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dico ch&#39;ogni vert&ugrave; principalmente<br />
	Vien da una radice:<br />
	Vertute, dico, che fa l&#39;uom felice<br />
	In sua operazione.<br />
	Questo &egrave;, secondo che l&#39;Etica dice,<br />
	Un abito eligente<br />
	Lo qual dimora in mezzo solamente,<br />
	E tai parole pone.<br />
	Dico che nobiltate in sua ragione<br />
	Importa sempre ben del suo subietto,<br />
	Come viltate importa sempre male;<br />
	E vertute cotale<br />
	D&agrave; sempre altrui di s&eacute; buono intelletto;<br />
	Per che in medesmo detto<br />
	Convegnono ambedue, ch&#39;en d&#39;uno effetto.<br />
	Onde convien da l&#39;altra vegna l&#39;una,<br />
	O d&#39;un terzo ciascuna;<br />
	Ma se l&#39;una val ci&ograve; che l&#39;altra vale,<br />
	E ancor pi&ugrave;, da lei verr&agrave; pi&ugrave; tosto.<br />
	E ci&ograve; ch&#39;io dett&#39;ho qui sia per supposto.</div>
<div style="margin-top: 0.18cm; margin-bottom: 0.18cm;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &Egrave; gentilezza dovunqu&#39;&egrave; vertute,<br />
	Ma non vertute ov&#39;ella;<br />
	S&igrave; com&#39;&egrave; &#39;l cielo dovunqu&#39;&egrave; la stella,<br />
	Ma ci&ograve; non e converso.<br />
	E noi in donna e in et&agrave; novella<br />
	Vedem questa salute,<br />
	In quanto vergognose son tenute,<br />
	Ch&#39;&egrave; da vert&ugrave; diverso.<br />
	Dunque verr&agrave;, come dal nero il perso,<br />
	Ciascheduna vertute da costei,<br />
	O vero il gener lor, ch&#39;io misi avanti.<br />
	Per&ograve; nessun si vanti<br />
	Dicendo: &quot;Per ischiatta io son con lei&quot;,<br />
	Ch&#39;elli son quasi dei<br />
	Quei c&#39;han tal grazia fuor di tutti rei;<br />
	Ch&eacute; solo Iddio a l&#39;anima la dona<br />
	Che vede in sua persona<br />
	perfettamente star: s&igrave; ch&#39;ad alquanti<br />
	Che seme di felicit&agrave; sia costa,<br />
	Messo da Dio ne l&#39;anima ben posta.</div>
<div style="margin-top: 0.18cm; margin-bottom: 0.18cm;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; L&#39;anima cui adorna esta bontate<br />
	Non la si tiene ascosa,<br />
	Ch&eacute; dal principio ch&#39;al corpo si sposa<br />
	La mostra infin la morte.<br />
	Ubidente, soave e vergognosa<br />
	&Egrave; ne la prima etate,<br />
	E sua persona adorna di bieltate<br />
	Con le sue parti accorte;<br />
	In giovinezza, temperata e forte,<br />
	Piena d&#39;amore e di cortese lode,<br />
	E solo in lealt&agrave; far si diletta;<br />
	&Egrave; ne la sua senetta<br />
	prudente e giusta, e larghezza se n&#39;ode,<br />
	E &#39;n se medesma gode<br />
	D&#39;udire e ragionar de l&#39;altrui prode;<br />
	Poi ne la quarta parte de la vita<br />
	A Dio si rimarita,<br />
	Contemplando la fine che l&#39;aspetta,<br />
	E benedice li tempi passati.<br />
	Vedete omai quanti son l&#39;ingannati!</div>
<div style="margin-top: 0.18cm;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Contra-li-erranti mia, tu te n&#39;andrai;<br />
	E quando tu sarai<br />
	In parte dove sia la donna nostra,<br />
	Non le tenere il tuo mestier coverto:<br />
	Tu le puoi dir per certo:<br />
	&quot;Io vo parlando de l&#39;amica vostra&quot;.</div>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Convivio – Trattato III – Capitolo XV</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jun 2010 13:55:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il convivio]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; Ne lo precedente capitolo questa gloriosa donna &#232; commendata secondo l&#39;una de le sue parti componenti, cio&#232; amore. Ora in questo, ne lo quale io intendo esponere quel verso che comincia: Cose appariscon ne lo suo aspetto, si conviene trattare commendando l&#39;altra parte sua, cio&#232; sapienza. Dice adunque lo testo &#34;che ne la faccia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Ne lo precedente capitolo questa gloriosa donna &egrave; commendata secondo l&#39;una de le sue parti componenti, cio&egrave; amore. Ora in questo, ne lo quale io intendo esponere quel verso che comincia: <i>Cose appariscon ne lo suo aspetto</i>, si conviene trattare commendando l&#39;altra parte sua, cio&egrave; sapienza. Dice adunque lo testo &quot;che ne la faccia di costei appariscono cose che mostrano de&#39; piaceri di Paradiso&quot;; e distingue lo loco dove ci&ograve; appare, cio&egrave; ne li occhi e ne lo riso. E qui si conviene sapere che li occhi de la Sapienza sono le sue demonstrazioni, con le quali si vede la veritade certissimamente; e lo suo riso sono le sue persuasioni, ne le quali si dimostra la luce interiore de la Sapienza sotto alcuno velamento: e in queste due cose si sente quel piacere altissimo di beatitudine, lo quale &egrave; massimo bene in Paradiso. Questo piacere in altra cosa di qua gi&ugrave; essere non pu&ograve;, se non nel guardare in questi occhi e in questo riso. E la ragione &egrave; questa: che, con ci&ograve; sia cosa che ciascuna cosa naturalmente disia la sua perfezione, sanza quella essere non pu&ograve; l&#39;uomo contento, che &egrave; essere beato; ch&eacute; quantunque l&#39;altre cose avesse, sanza questa rimarrebbe in lui desiderio; lo quale essere non pu&ograve; con la beatitudine, acci&ograve; che la beatitudine sia perfetta cosa e lo desiderio sia cosa defettiva; ch&eacute; nullo desidera quello che ha, ma quello che non ha, che &egrave; manifesto difetto. E in questo sguardo solamente l&#39;umana perfezione s&#39;acquista, cio&egrave; la perfezione de la ragione, de la quale, s&igrave; come di principalissima parte, tutta la nostra essenza depende; e tutte l&#39;altre nostre operazioni &#8211; sentire, nutrire, e tutto &#8211; sono per quella sola, e questa &egrave; per s&eacute;, e non per altri; s&igrave; che, perfetta sia questa, perfetta &egrave; quella, tanto cio&egrave; che l&#39;uomo, in quanto ello &egrave; uomo, vede terminato ogni desiderio, e cos&igrave; &egrave; beato. E per&ograve; si dice nel libro di Sapienza: &quot;Chi gitta via la sapienza e la dottrina, &egrave; infelice&quot;: che &egrave; privazione de l&#39;essere felice. Per l&#39;abito de la sapienza seguita che s&#39;acquista essere felice &#8211; che &egrave; essere contento &#8211; secondo la sentenza del Filosofo. Dunque si vede come ne l&#39;aspetto di costei de le cose di Paradiso appaiono. E per&ograve; si legge nel libro allegato di Sapienza, di lei parlando: &quot;Essa &egrave; candore de la etterna luce e specchio sanza macula de la maest&agrave; di Dio&quot;.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Poi, quando si dice: <i>Elle soverchian lo nostro intelletto</i>, escuso me di ci&ograve;, che poco parlar posso di quelle, per la loro soperchianza. Dov&#39;&egrave; da sapere che in alcuno modo queste cose nostro intelletto abbagliano, in quanto certe cose si affermano essere che lo intelletto nostro guardare non pu&ograve;, cio&egrave; Dio e la etternitate e la prima materia; che certissimamente si veggiono, e con tutta fede si credono essere, e per quello che sono intendere noi non potemo; e nullo se non cose negando si pu&ograve; appressare a la sua conoscenza, e non altrimenti. Veramente pu&ograve; qui alcuno forte dubitare come ci&ograve; sia, che la sapienza possa fare l&#39;uomo beato, non potendo a lui perfettamente certe cose mostrare; con ci&ograve; sia cosa che &#39;l naturale desiderio sia a l&#39;uomo di sapere, e sanza compiere lo desiderio beato essere non possa. A ci&ograve; si pu&ograve; chiaramente rispondere che lo desiderio naturale in ciascuna cosa &egrave; misurato secondo la possibilitade de la cosa desiderante: altrimenti andrebbe in contrario di se medesimo, che impossibile &egrave;; e la Natura l&#39;avrebbe fatto indarno, che &egrave; anche impossibile. In contrario andrebbe: ch&eacute;, desiderando la sua perfezione, desiderrebbe la sua imperfezione; imper&ograve; che desiderrebbe s&eacute; sempre desiderare e non compiere mai suo desiderio (e in questo errore cade l&#39;avaro maladetto, e non s&#39;accorge che desidera s&eacute; sempre desiderare, andando dietro al numero impossibile a giugnere). Avrebbelo anco la Natura fatto indarno, per&ograve; che non sarebbe ad alcuno fine ordinato. E per&ograve; l&#39;umano desiderio &egrave; misurato in questa vita a quella scienza che qui avere si pu&ograve;, e quello punto non passa se non per errore, lo quale &egrave; di fuori di naturale intenzione. E cos&igrave; &egrave; misurato ne la natura angelica, e terminato in quanto a quella sapienza che la natura di ciascuno pu&ograve; apprendere. E questa &egrave; la ragione per che li Santi non hanno tra loro invidia, per&ograve; che ciascuno aggiugne lo fine del suo desiderio, lo quale desiderio &egrave; con la bont&agrave; de la natura misurato. Onde, con ci&ograve; sia cosa che conoscere di Dio e di certe altre cose quello esse sono non sia possibile a la nostra natura, quello da noi naturalmente non &egrave; desiderato di sapere. E per questo &egrave; la dubitazione soluta.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Poi quando dice: <i>Sua bielt&agrave; piove fiammelle di foco</i>, discende ad un altro piacere di Paradiso, cio&egrave; de la felicitade secondaria a questa prima, la quale de la sua biltade procede. Dove &egrave; da sapere che la moralitade &egrave; bellezza de la filosofia; ch&eacute; cos&igrave; come la bellezza del corpo resulta da le membra in quanto sono debitamente ordinate, cos&igrave; la bellezza de la sapienza, che &egrave; corpo di Filosofia come detto &egrave;, resulta da l&#39;ordine de le virtudi morali, che fanno quella piacere sensibilmente. E per&ograve; dico che sua bilt&agrave;, cio&egrave; moralitade, piove fiammelle di foco, cio&egrave; appetito diritto, che s&#39;ingenera nel piacere de la morale dottrina: lo quale appetito ne diparte eziandio da li vizii naturali, non che da li altri. E quinci nasce quella felicitade, la quale diffinisce Aristotile nel primo de l&#39;Etica, dicendo che &egrave; operazione secondo vert&ugrave; in vita perfetta. E quando dice: <i>Per&ograve; qual donna sente sua bieltate</i>, procede in loda di costei, gridando a la gente che la seguiti dicendo loro lo suo beneficio, cio&egrave; che per seguitare lei diviene ciascuno buono. Per&ograve; dice: <i>qual donna</i>, cio&egrave; quale anima, sente sua biltate biasimare per non parere quale parere si conviene, miri in questo essemplo.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Ove &egrave; da sapere che li costumi sono belt&agrave; de l&#39;anima, cio&egrave; le vertudi massimamente, le quali tal volta per vanitadi o per superbia si fanno men belle e men gradite, s&igrave; come ne l&#39;ultimo trattato vedere si potr&agrave;. E per&ograve; dico che, a fuggire questo, si guardi in costei, cio&egrave; col&agrave; dov&#39;ella &egrave; essemplo d&#39;umilt&agrave;; cio&egrave; in quella parte di s&eacute; che morale filosofia si chiama. E soggiungo che, mirando costei &#8211; dico la sapienza &#8211; in questa parte, ogni viziato torner&agrave; diritto e buono; e per&ograve; dico: <i>Questa &egrave; colei ch&#39;umilia ogni perverso</i>, cio&egrave; volge dolcemente chi fuori di debito ordine &egrave; piegato. Ultimamente, in massima laude di sapienza, dico lei essere di tutto madre e di moto qualunque principio, dicendo che con lei Iddio cominci&ograve; lo mondo e spezialmente lo movimento del cielo, lo quale tutte le cose genera e dal quale ogni movimento &egrave; principiato e mosso, dicendo: <i>Costei pens&ograve; chi mosse l&#39;universo</i>. Ci&ograve; &egrave; a dire che nel divino pensiero, ch&#39;&egrave; esso intelletto, essa era quando lo mondo fece; onde seguita che ella lo facesse. E per&ograve; disse Salomone in quello de&#39; Proverbi in persona de la Sapienza: &quot;Quando Iddio apparecchiava li cieli, io era presente; quando con certa legge e con certo giro vallava li abissi, quando suso fermava l&#39;etera e suspendeva le fonti de l&#39;acque, quando circuiva lo suo termine al mare e poneva legge a l&#39;acque che non passassero li suoi confini, quando elli appendeva li fondamenti de la terra, con lui e io era, disponente tutte le cose, e dilettavami per ciascuno die&quot;.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; O peggio che morti che l&#39;amist&agrave; di costei fuggite, aprite li occhi vostri e mirate: che, innanzi che voi foste, ella fu amatrice di voi, acconciando e ordinando lo vostro processo; e, poi che fatti foste, per voi dirizzare, in vostra similitudine venne a voi. E se tutti al suo conspetto venire non potete, onorate lei ne&#39; suoi amici e seguite li comandamenti loro, s&igrave; come quelli che nunziano la volont&agrave; di questa etternale imperadrice &#8211; non chiudete li orecchi a Salomone che ci&ograve; vi dice, dicendo che &quot;la via de&#39; giusti &egrave; quasi luce splendiente, che procede e cresce infino al die de la beatitudine&quot; -; andando loro dietro, mirando le loro operazioni, che essere debbono a voi luce nel cammino di questa brevissima vita.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; E qui si pu&ograve; terminare la vera sentenza de la presente canzone. Veramente l&#39;ultimo verso, che per tornata &egrave; posto, per la litterale esposizione assai leggermente qua si pu&ograve; ridurre, salvo in tanto quanto dice che io s&igrave; chiamai questa donna <i>fera e disdegnosa</i>. Dove &egrave; da sapere che dal principio essa filosofia pareva a me, quanto da la parte del suo corpo, cio&egrave; sapienza, fiera, ch&eacute; non mi ridea, in quanto le sue persuasioni ancora non intendea; e disdegnosa, ch&eacute; non mi volgea l&#39;occhio, cio&egrave; ch&#39;io non potea vedere le sue dimostrazioni: e di tutto questo lo difetto era dal mio lato. E per questo, e per quello che ne la sentenza litterale &egrave; dato, &egrave; manifesta l&#39;allegoria de la tornata; s&igrave; che tempo &egrave;, per pi&ugrave; oltre procedere, di porre fine a questo trattato.</p>
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		<title>Convivio – Trattato III – Capitolo XIV</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 13:54:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; S&#236; come ne la litterale esposizione dopo le generali laude a le speziali si discende, prima da la parte de l&#39;anima, poi da la parte del corpo, cos&#236; ora intende lo testo, dopo le generali commendazioni, a speziali discendere. S&#236; come detto &#232; di sopra, Filosofia per subietto materiale qui ha la sapienza, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; S&igrave; come ne la litterale esposizione dopo le generali laude a le speziali si discende, prima da la parte de l&#39;anima, poi da la parte del corpo, cos&igrave; ora intende lo testo, dopo le generali commendazioni, a speziali discendere. S&igrave; come detto &egrave; di sopra, Filosofia per subietto materiale qui ha la sapienza, e per forma ha amore, e per composto de l&#39;uno e de l&#39;altro l&#39;uso di speculazione. Onde in questo verso che seguentemente comincia: <i>In lei discende la virt&ugrave; divina</i>, io intendo commendare l&#39;amore, che &egrave; parte de la filosofia. Ove &egrave; da sapere che discender la virtude d&#39;una cosa in altra non &egrave; altro che ridurre quella in sua similitudine; s&igrave; come ne li agenti naturali vedemo manifestamente che, discendendo la loro virt&ugrave; ne le pazienti cose, recano quelle a loro similitudine tanto quanto possibili sono a venire. Onde vedemo lo sole che, discendendo lo raggio suo qua gi&ugrave;, reduce le cose a sua similitudine di lume, quanto esse per loro disposizione possono da la sua virtude lume ricevere. Cos&igrave; dico che Dio questo amore a sua similitudine reduce, quanto esso &egrave; possibile a lui assimigliarsi. E ponsi la qualitade de la reduzione, dicendo: <i>S&igrave; come face in angelo che &#39;l vede</i>. Ove ancora &egrave; da sapere che lo primo agente, cio&egrave; Dio, pinge la sua virt&ugrave; in cose per modo di diritto raggio, e in cose per modo di splendore reverberato; onde ne le Intelligenze raggia la divina luce sanza mezzo, ne l&#39;altre si ripercuote da queste Intelligenze prima illuminate. Ma per&ograve; che qui &egrave; fatta menzione di luce e di splendore, a perfetto intendimento mostrer&ograve; differenza di questi vocabuli, secondo che Avicenna sente. Dico che l&#39;usanza de&#39; filosofi &egrave; di chiamare &quot;luce&quot; lo lume, in quanto esso &egrave; nel suo fontale principio; di chiamare &quot;raggio&quot;, in quanto esso &egrave; per lo mezzo, dal principio al primo corpo dove si termina; di chiamare &quot;splendore&quot;, in quanto esso &egrave; in altra parte alluminata ripercosso. Dico adunque che la divina virt&ugrave; sanza mezzo questo amore tragge a sua similitudine. E ci&ograve; si pu&ograve; fare manifesto massimamente in ci&ograve;, che s&igrave; come lo divino amore &egrave; tutto etterno, cos&igrave; conviene che sia etterno lo suo obietto di necessitate, s&igrave; che etterne cose siano quelle che esso ama; e cos&igrave; face a questo amore amare; ch&eacute; la sapienza, ne la quale questo amore fere, etterna &egrave;. Ond&#39;&egrave; scritto di lei: &quot;Dal principio dinanzi da li secoli creata sono, e nel secolo che dee venire non verr&ograve; meno&quot;; e ne li Proverbi di Salomone essa Sapienza dice: &quot;Etternalmente ordinata sono&quot;; e nel principio di Giovanni, ne l&#39;Evangelio, si pu&ograve; la sua etternitade apertamente notare. E quinci nasce che l&agrave; dovunque questo amore splende, tutti li altri amori si fanno oscuri e quasi spenti, imper&ograve; che lo suo obietto etterno improporzionalmente li altri obietti vince e soperchia. Per che li filosofi eccellentissimi ne li loro atti apertamente lo ne dimostraro, per li quali sapemo essi tutte l&#39;altre cose, fuori che la sapienza, avere messe a non calere. Onde Democrito, de la propria persona non curando, n&eacute; barba n&eacute; capelli n&eacute; unghie si togliea; Platone, de li beni temporali non curando, la reale dignitade mise a non calere, che figlio di re fue; Aristotile, d&#39;altro amico non curando, contra lo suo migliore amico, fuori di quella, combatteo, s&igrave; come contra lo nomato Platone. E perch&eacute; di questi parliamo, quando troviamo li altri che per questi pensieri la loro vita disprezzaro, s&igrave; come Zeno, Socrate, Seneca, e molti altri? E per&ograve; &egrave; manifesto che la divina virt&ugrave;, a guisa che in angelo, in questo amore ne li uomini discende. E per dare esperienza di ci&ograve;, grida sussequentemente lo testo: <i>E qual donna gentil questo non crede, Vada con lei e miri</i>. Per donna gentile s&#39;intende la nobile anima d&#39;ingegno e libera ne la sua propia potestate, che &egrave; la ragione. Onde l&#39;altre anime dire non si possono donne, ma ancille, per&ograve; che non per loro sono ma per altrui; e lo Filosofo dice, nel secondo de la Metafisica, che quella cosa &egrave; libera che per sua cagione &egrave;, non per altrui.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dice: <i>Vada con lei e miri li atti sui</i>, cio&egrave; accompagnisi di questo amore, e guardi a quello che dentro da lui trover&agrave;. E in parte ne tocca, dicendo: <i>Quivi dov&#39;ella parla, si dichina</i>, cio&egrave;, dove la filosofia &egrave; in atto, si dichina un celestial pensiero, nel quale si ragiona questa essere pi&ugrave; che umana operazione: e dice &quot;del cielo&quot; a dare a intendere che non solamente essa, ma li pensieri amici di quella sono astratti da le basse e terrene cose. Poi sussequentemente dice com&#39;ell&#39;avvalora e accende amore dovunque ella si mostra, con la suavitade de li atti, ch&eacute; sono tutti li suoi sembianti onesti, dolci e sanza soverchio alcuno. E sussequentemente, a maggiore persuasione de la sua compagnia fare, dice: <i>Gentile &egrave; in donna ci&ograve; che in lei si trova, E bello &egrave; tanto quanto lei simiglia</i>. Ancora soggiugne: <i>E puossi dir che &#39;l suo aspetto giova</i>: dove &egrave; da sapere che lo sguardo di questa donna fu a noi cos&igrave; largamente ordinato, non pur per la faccia che ella ne dimostra vedere, ma per le cose che ne tiene celate desiderare ed acquistare. Onde, s&igrave; come per lei molto di quello si vede per ragione, e per consequente essere per ragione, che sanza lei pare maraviglia, cos&igrave; per lei si crede ch&#39;ogni miracolo in pi&ugrave; alto intelletto puote avere ragione, e per consequente pu&ograve; essere. Onde la nostra buona fede ha sua origine; da la quale viene la speranza, de lo proveduto desiderare; e per quella nasce l&#39;operazione de la caritade. Per le quali tre virtudi si sale a filosofare a quelle Atene celestiali, dove gli Stoici e Peripatetici e Epicurii, per la luce de la veritade etterna, in uno volere concordevolemente concorrono.</p>
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		<title>Convivio – Trattato III – Capitolo XIII</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 13:53:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; Veduto come, nel principio de le laude di costei, sottilmente si dice essa essere de la divina sustanza, in quanto primieramente si considera, da procedere e da vedere &#232; come secondamente dico essa essere ne le causate intelligenze. Dico adunque: Ogni Intelletto di l&#224; su la mira: dove &#232; da sapere che &#34;di l&#224; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Veduto come, nel principio de le laude di costei, sottilmente si dice essa essere de la divina sustanza, in quanto primieramente si considera, da procedere e da vedere &egrave; come secondamente dico essa essere ne le causate intelligenze. Dico adunque: <i>Ogni Intelletto di l&agrave; su la mira</i>: dove &egrave; da sapere che &quot;di l&agrave; su&quot; dico, facendo relazione a Dio che dinanzi &egrave; menzionato; e per questo escludo le Intelligenze che sono in essilio de la superna patria, le quali filosofare non possono, per&ograve; che amore in loro &egrave; del tutto spento, e a filosofare, come gi&agrave; detto &egrave;, &egrave; necessario amore. Per che si vede che le infernali Intelligenze da lo aspetto di questa bellissima sono private. E per&ograve; che essa &egrave; beatitudine de lo &#39;ntelletto, la sua privazione &egrave; amarissima e piena d&#39;ogni tristizia.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Poi quando dico: <i>E quella gente che qui s&#39;innamora</i>, discendo a mostrare come ne l&#39;umana intelligenza essa secondariamente ancora vegna; de la quale filosofia umana seguito poi per lo trattato, essa commendando. Dico adunque che la gente che s&#39;innamora &quot;qui&quot;, cio&egrave; in questa vita, la sente nel suo pensiero, non sempre, ma quando Amore fa de la sua pace sentire. Dove sono da vedere tre cose che in questo testo sono toccate. La prima si &egrave; quando si dice: <i>la gente che qui s&#39;innamora</i>, per che pare farsi distinzione ne l&#39;umana generazione. E di necessitate far si conviene, ch&eacute;, secondo che manifestamente appare, e nel seguente trattato per intenzione si ragioner&agrave;, grandissima parte de li uomini vivono pi&ugrave; secondo lo senso che secondo ragione; e quelli che secondo lo senso vivono di questa innamorare &egrave; impossibile, per&ograve; che di lei avere non possono alcuna apprensione. La seconda si &egrave; quando dice: <i>Quando Amor fa sentire</i>, dove si par fare distinzione di tempo. La qual cosa anco far si conviene, ch&eacute;, avvegna che le intelligenze separate questa donna mirino continuamente, la umana intelligenza ci&ograve; fare non pu&ograve;; per&ograve; che l&#39;umana natura &#8211; fuori de la speculazione, de la quale s&#39;appaga lo &#39;ntelletto e la ragione &#8211; abbisogna di molte cose a suo sustentamento: per che la nostra sapienza &egrave; talvolta abituale solamente, e non attuale, che non incontra ci&ograve; ne l&#39;altre intelligenze, che solo di natura intellettiva sono perfette. Onde quando l&#39;anima nostra non hae atto di speculazione, non si pu&ograve; dire veramente che sia in filosofia, se non in quanto ha l&#39;abito di quella e la potenza di poter lei svegliare; e per&ograve; tal volta &egrave; con quella gente che qui s&#39;innamora, e tal volta no. La terza &egrave; quando dice l&#39;ora che quella gente &egrave; con essa, cio&egrave; quando Amore de la sua pace fa sentire; che non vuole altro dire se non quando l&#39;uomo &egrave; in ispeculazione attuale, per&ograve; che de la pace di questa donna non fa lo studio sentire se non ne l&#39;atto de la speculazione. E cos&igrave; si vede come questa &egrave; donna primamente di Dio e secondariamente de l&#39;altre intelligenze separate, per continuo sguardare; e appresso de l&#39;umana intelligenza per riguardare discontinuato. Veramente, sempre &egrave; l&#39;uomo che ha costei per donna da chiamare filosofo, non ostante che tuttavia non sia ne l&#39;ultimo atto di filosofia, per&ograve; che da l&#39;abito maggiormente &egrave; altri da denominare. Onde dicemo alcuno virtuoso, non solamente virtute operando, ma l&#39;abito de la virt&ugrave; avendo; e dicemo l&#39;uomo facundo eziandio non parlando, per l&#39;abito de la facundia, cio&egrave; del bene parlare. E di questa filosofia in quanto da l&#39;umana intelligenza &egrave; participata, saranno omai le seguenti commendazioni, a mostrare come grande parte del suo bene a l&#39;umana natura &egrave; conceduto.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dico dunque appresso: &quot;Suo essere piace tanto a chi liele d&agrave;&quot; (dal quale, s&igrave; come da fonte primo, si diriva), &quot;che in lei la sua virtute infonde sempre, oltra la capacitade de la nostra natura&quot;, la quale fa bella e virtuosa. Onde, avvegna che a l&#39;abito di quella per alquanti si vegna, non vi si viene s&igrave; per alcuno, che propriamente abito dire si possa; per&ograve; che &#39;l primo studio, cio&egrave; quello per lo quale l&#39;abito si genera, non puote quella perfettamente acquistare. E qui si vede s&#39;umil &egrave; sua loda; che, perfetta e imperfetta, nome di perfezione non perde. E per questa sua dismisuranza si dice che l&#39;anima de la filosofia <i>lo manifesta in quel ch&#39;ella conduce</i>, cio&egrave; che Iddio mette sempre in lei del suo lume. Dove si vuole a memoria reducere che di sopra &egrave; detto che amore &egrave; forma di Filosofia, e per&ograve; qui si chiama anima di lei. Lo quale amore manifesto &egrave; nel viso de la Sapienza, ne lo quale esso conduce mirabili bellezze, cio&egrave; contentamento in ciascuna condizione di tempo e dispregiamento di quelle cose che li altri fanno loro signori. Per che avviene che li altri miseri che ci&ograve; mirano, ripensando lo loro difetto, dopo lo desiderio de la perfezione caggiono in fatica di sospiri; e questo &egrave; quello che dice: <i>Che li occhi di color dov&#39;ella luce Ne mandan messi al cor pien di desiri, Che prendon aire e diventan sospiri</i>.</p>
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		<title>Convivio – Trattato III – Capitolo XII</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 13:52:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il convivio]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; Nel primo capitolo di questo trattato &#232; s&#236; compiutamente ragionata la cagione che mosse me a questa canzone, che non &#232; pi&#249; mestiere di ragionare; ch&#233; assai leggermente a questa esposizione ch&#39;&#232; detta ella si pu&#242; riducere. E per&#242; secondo le divisioni fatte la litterale sentenza transcorrer&#242;, per questa volgendo lo senso de la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Nel primo capitolo di questo trattato &egrave; s&igrave; compiutamente ragionata la cagione che mosse me a questa canzone, che non &egrave; pi&ugrave; mestiere di ragionare; ch&eacute; assai leggermente a questa esposizione ch&#39;&egrave; detta ella si pu&ograve; riducere. E per&ograve; secondo le divisioni fatte la litterale sentenza transcorrer&ograve;, per questa volgendo lo senso de la lettera l&agrave; dove sar&agrave; mestiere.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dico: <i>Amor che ne la mente mi ragiona</i>. Per Amore intendo lo studio lo quale io mettea per acquistare l&#39;amore di questa donna: ove si vuole sapere che studio si pu&ograve; qui doppiamente considerare. E uno studio lo quale mena l&#39;uomo a l&#39;abito de l&#39;arte e de la scienza; e un altro studio lo quale ne l&#39;abito acquistato adopera, usando quello. E questo primo &egrave; quello ch&#39;io chiamo qui Amore, lo quale ne la mia mente informava continue, nuove e altissime considerazioni di questa donna che di sopra &egrave; dimostrata: s&igrave; come suole fare lo studio che si mette in acquistare un&#39;amistade, che di quella amistade grandi cose prima considera, desiderando quella. Questo &egrave; quello studio e quella affezione che suole procedere ne li uomini la generazione de l&#39;amistade, quando gi&agrave; da una parte &egrave; nato amore, e desiderasi e procurasi che sia da l&#39;altra; ch&eacute;, s&igrave; come di sopra si dice, Filosofia &egrave; quando l&#39;anima e la sapienza sono fatte amiche, s&igrave; che l&#39;una sia tutta amata da l&#39;altra, per lo modo che detto &egrave; di sopra. N&eacute; pi&ugrave; &egrave; mestiere di ragionare per la presente esposizione questo primo verso, che per proemio fu ne la litterale ragionato, per&ograve; che per la prima sua ragione assai di leggiero a questa seconda si pu&ograve; volgere lo &#39;ntendimento.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Onde al secondo verso, lo quale &egrave; cominciatore del trattato, &egrave; da procedere, l&agrave; ove io dico: <i>Non vede il sol, che tutto &#39;l mondo gira</i>. Qui &egrave; da sapere che s&igrave; come trattando di sensibile cosa per cosa insensibile, si tratta convenevolemente, cos&igrave; di cosa intelligibile per cosa inintelligibile trattare si conviene. E per&ograve; s&igrave; come ne la litterale si parlava cominciando dal sole corporale e sensibile, cos&igrave; ora &egrave; da ragionare per lo sole spirituale e intelligibile, che &egrave; Iddio. Nullo sensibile in tutto lo mondo &egrave; pi&ugrave; degno di farsi essemplo di Dio che &#39;l sole. Lo quale di sensibile luce s&eacute; prima e poi tutte le corpora celestiali e le elementali allumina: cos&igrave; Dio prima s&eacute; con luce intellettuale allumina, e poi le creature celestiali e l&#39;altre intelligibili. Lo sole tutte le cose col suo calore vivifica, e se alcuna ne corrompe, non &egrave; de la &#39;ntenzione de la cagione, ma &egrave; accidentale effetto: cos&igrave; Iddio tutte le cose vivifica in bontade, e se alcuna n&#39;&egrave; rea, non &egrave; de la divina intenzione, ma conviene quello per accidente essere ne lo processo de lo inteso effetto. Che se Iddio fece li angeli buoni e li rei, non fece l&#39;uno e l&#39;altro per intenzione, ma solamente li buoni. Seguit&ograve; poi fuori d&#39;intenzione la malizia de&#39; rei, ma non s&igrave; fuori d&#39;intenzione, che Dio non sapesse dinanzi in s&eacute; predire la loro malizia; ma tanta fu l&#39;affezione a producere la creatura spirituale, che la prescienza d&#39;alquanti che a malo fine doveano venire non dovea n&eacute; potea Iddio da quella produzione rimuovere. Ch&eacute; non sarebbe da laudare la Natura se, sappiendo prima che li fiori d&#39;un&#39;arbore in certa parte perdere si dovessero, non producesse in quella fiori, e per li vani abbandonasse la produzione de li fruttiferi. Dico adunque che Iddio, che tutto intende (ch&eacute; suo &quot;girare&quot; &egrave; suo &quot;intendere&quot;), non vede tanto gentil cosa quanto elli vede quando mira l&agrave; dove &egrave; questa Filosofia. Ch&eacute; avvegna che Dio, esso medesimo mirando, veggia insiememente tutto; in quanto la distinzione de le cose &egrave; in lui per lo modo che lo effetto &egrave; ne la cagione, vede quelle distinte. Vede adunque questa nobilissima di tutte assolutamente, in quanto perfettissimamente in s&eacute; la vede e in sua essenzia. Ch&eacute; se a memoria si reduce ci&ograve; che detto &egrave; di sopra, filosofia &egrave; uno amoroso uso di sapienza, lo quale massimamente &egrave; in Dio, per&ograve; che in lui &egrave; somma sapienza e sommo amore e sommo atto; che non pu&ograve; essere altrove, se non in quanto da esso procede. E` adunque la divina filosofia de la divina essenza, per&ograve; che in esso non pu&ograve; essere cosa a la sua essenzia aggiunta; ed &egrave; nobilissima, per&ograve; che nobilissima &egrave; la essenzia divina; ed &egrave; in lui per modo perfetto e vero, quasi per etterno matrimonio. Ne l&#39;altre intelligenze &egrave; per modo minore, quasi come druda de la quale nullo amadore prende compiuta gioia, ma nel suo aspetto contentan la loro vaghezza. Per che dire si pu&ograve; che Dio non vede, cio&egrave; non intende, cosa alcuna tanto gentile quanto questa: dico cosa alcuna, in quanto l&#39;altre cose vede e distingue, come detto &egrave;, veggendosi essere cagione di tutto. Oh nobilissimo ed eccellentissimo cuore che ne la sposa de lo Imperadore del cielo s&#39;intende, e non solamente sposa, ma suora e figlia dilettissima!</p>
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