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	<title>La divina commedia</title>
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	<description>La riscoperta del poema di Dante Alighieri</description>
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		<title>Convivio &#8211; Capitolo XII</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 12:22:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; Se manifestamente per le finestre d&#39;una casa uscisse fiamma di fuoco, e alcuno dimandasse se l&#224; dentro fosse il fuoco, e un altro rispondesse a lui di s&#236;, non saprei bene giudicare qual di costoro fosse da schernire di pi&#249;. E non altrimenti sarebbe fatta la dimanda e la risposta di colui e di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Se manifestamente per le finestre d&#39;una casa uscisse fiamma di fuoco, e alcuno dimandasse se l&agrave; dentro fosse il fuoco, e un altro rispondesse a lui di s&igrave;, non saprei bene giudicare qual di costoro fosse da schernire di pi&ugrave;. E non altrimenti sarebbe fatta la dimanda e la risposta di colui e di me, che mi domandasse se amore a la mia loquela propria &egrave; in me e io li rispondesse di s&igrave;, appresso le su proposte ragioni. Ma tuttavia, e a mostrare che non solamente amore ma perfettissimo amore di quella &egrave; in me, e a biasimare ancora li suoi avversarii ci&ograve; mostrando a chi bene intender&agrave;, dir&ograve; come a lei fui fatto amico, e poi come l&#39;amist&agrave; &egrave; confermata. Dico che, s&igrave; come vedere si pu&ograve; che scrive Tullio in quello De Amicitia, non discordando da la sentenza del Filosofo aperta ne l&#39;ottavo e nel nono de l&#39;Etica, naturalmente la prossimitade e la bontade sono cagioni d&#39;amore generative; lo beneficio, lo studio e la consuetudine sono cagioni d&#39;amore accrescitive. E tutte queste cagioni vi sono state a generare e a confortare l&#39;amore ch&#39;io porto al mio volgare, s&igrave; come brievemente io mosterr&ograve;.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Tanto &egrave; la cosa pi&ugrave; prossima quanto, di tutte le cose del suo genere, altrui &egrave; pi&ugrave; unita: onde di tutti li uomini lo figlio &egrave; pi&ugrave; prossimo al padre; di tutte l&#39;arti la medicina &egrave; la pi&ugrave; prossima al medico, e la musica al musico, per&ograve; che a loro sono pi&ugrave; unite che l&#39;altre; di tutta la terra &egrave; pi&ugrave; prossima quella dove l&#39;uomo tiene se medesimo, per&ograve; che &egrave; ad esso pi&ugrave; unita. E cos&igrave; lo volgare &egrave; pi&ugrave; prossimo quanto &egrave; pi&ugrave; unito, che uno e solo &egrave; prima ne la mente che alcuno altro, e che non solamente per s&eacute; &egrave; unito, ma per accidente, in quanto &egrave; congiunto con le pi&ugrave; prossime persone, s&igrave; come con li parenti e con li propri cittadini e con la propria gente. E questo &egrave; lo volgare proprio; lo quale &egrave; non prossimo, ma massimamente prossimo a ciascuno. Per che, se la prossimitade &egrave; seme d&#39;amist&agrave;, come detto &egrave; di sopra, manifesto &egrave; ch&#39;ella &egrave; de le cagioni stata de l&#39;amore ch&#39;io porto a la mia loquela, che &egrave; a me prossima pi&ugrave; che l&#39;altre. La sopra detta cagione, cio&egrave; d&#39;essere pi&ugrave; unito quello ch&#39;&egrave; solo prima in tutta la mente, mosse la consuetudine de la gente, che fanno li primogeniti succedere solamente, s&igrave; come pi&ugrave; propinqui e perch&eacute; pi&ugrave; propinqui, pi&ugrave; amati.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Ancora, la bontade fece me a lei amico. E qui &egrave; da sapere che ogni bontade propria in alcuna cosa, &egrave; amabile in quella: s&igrave; come ne la maschiezza essere ben barbuto, e nella femminezza essere ben pulita di barba in tutta la faccia; s&igrave; come nel bracco bene odorare, e s&igrave; come nel veltro ben correre. E quanto ella &egrave; pi&ugrave; propria, tanto ancora &egrave; pi&ugrave; amabile; onde, avvegna che ciascuna vert&ugrave; sia amabile ne l&#39;uomo, quella &egrave; pi&ugrave; amabile in esso che &egrave; pi&ugrave; umana, e questa &egrave; la giustizia, la quale &egrave; solamente ne la parte razionale o vero intellettuale, cio&egrave; ne la volontade. Questa &egrave; tanto amabile, che, s&igrave; come dice lo Filosofo nel quinto de l&#39;Etica, li suoi nimici l&#39;amano, s&igrave; come sono ladroni e rubatori; e per&ograve; vedemo che &#39;l suo contrario, cio&egrave; la ingiustizia, massimamente &egrave; odiata, s&igrave; come &egrave; tradimento, ingratitudine, falsitade, furto, rapina, inganno e loro simili. Li quali sono tanto inumani peccati, che ad iscusare s&eacute; de l&#39;infamia di quelli, si concede da lunga usanza che uomo parli di s&eacute;, s&igrave; come detto &egrave; di sopra, e possa dire s&eacute; essere fedele e leale. Di questa vert&ugrave; innanzi dicer&ograve; pi&ugrave; pienamente nel quartodecimo trattato; e qui lasciando, torno al proposito. Provato &egrave; adunque la bont&agrave; de la cosa pi&ugrave; propria pi&ugrave; essere amabile in quella; per che, a mostrare quale in essa &egrave; pi&ugrave; propria, &egrave; da vedere quella che pi&ugrave; in essa &egrave; amata e commendata, e quella &egrave; essa. E noi vedemo che in ciascuna cosa di sermone lo bene manifestare del concetto s&igrave; &egrave; pi&ugrave; amato e commendato: dunque &egrave; questa la prima sua bontade. E con ci&ograve; sia cosa che questa sia nel nostro volgare, s&igrave; come manifestato &egrave; di sopra in altro capitolo, manifesto &egrave; ched ella &egrave; de le cagioni stata de l&#39;amore ch&#39;io porto ad esso; poi che, s&igrave; come detto &egrave;, la bontade &egrave; cagione d&#39;amore generativa.</p>
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		<title>Convivio &#8211; Capitolo XI</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2010 12:20:37 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Il convivio]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; A perpetuale infamia e depressione de li malvagi uomini d&#39;Italia che commendano lo volgare altrui e lo loro proprio dispregiano, dico che la loro mossa viene da cinque abominevoli cagioni. La prima &#232; cechitade di discrezione; la seconda, maliziata escusazione; la terza, cupidit&#224; di vanagloria; la quarta, argomento d&#39;invidia; la quinta e ultima, vilt&#224; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; A perpetuale infamia e depressione de li malvagi uomini d&#39;Italia che commendano lo volgare altrui e lo loro proprio dispregiano, dico che la loro mossa viene da cinque abominevoli cagioni. La prima &egrave; cechitade di discrezione; la seconda, maliziata escusazione; la terza, cupidit&agrave; di vanagloria; la quarta, argomento d&#39;invidia; la quinta e ultima, vilt&agrave; d&#39;animo, cio&egrave; pusillanimit&agrave;. E ciascuna di queste retadi ha s&igrave; grande setta, che pochi sono quelli che siano da esse liberi.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; De la prima si pu&ograve; cos&igrave; ragionare. S&igrave; come la parte sensitiva de l&#39;anima ha suoi occhi, con li quali apprende la differenza de le cose in quanto elle sono di fuori colorate, cos&igrave; la parte razionale ha suo occhio, con lo quale apprende la differenza de le cose in quanto sono ad alcuno fine ordinate: e questa &egrave; la discrezione. E s&igrave; come colui che &egrave; cieco de li occhi sensibili va sempre secondo che li altri il guidano, o male o bene, cos&igrave; colui che &egrave; cieco del lume de la discrezione sempre va nel suo giudicio secondo il grido, o diritto o falso; onde qualunque ora lo guidatore &egrave; cieco, conviene che esso e quello, anche cieco, ch&#39;a lui s&#39;appoggia vegnano a mal fine. Per&ograve; &egrave; scritto che &quot;&#39;l cieco al cieco far&agrave; guida, e cos&igrave; cadranno ambedue ne la fossa&quot;. Questa grida &egrave; stata lungamente contro a nostro volgare, per le ragioni che di sotto si ragioneranno, appresso di questa. E li ciechi sopra notati, che sono quasi infiniti, con la mano in su la spalla a questi mentitori, sono caduti ne la fossa de la falsa oppinione, de la quale uscire non sanno. De l&#39;abito di questa luce discretiva massimamente le populari persone sono orbate; per&ograve; che, occupate dal principio de la loro vita ad alcuno mestiere, dirizzano s&igrave; l&#39;animo loro a quello per forza de la necessitate, che ad altro non intendono. E per&ograve; che l&#39;abito di vertude, s&igrave; morale come intellettuale, subitamente avere non si pu&ograve;, ma conviene che per usanza s&#39;acquisti, ed ellino la loro usanza pongono in alcuna arte e a discernere l&#39;altre cose non curano, impossibile &egrave; a loro discrezione avere. Per che incontra che molte volte gridano Viva la loro morte, e Muoia la loro vita, pur che alcuno cominci; e quest&#39;&egrave; pericolosissimo difetto ne la loro cechitade. Onde Boezio giudica la populare gloria vana, perch&eacute; la vede sanza discrezione. Questi sono da chiamare pecore, e non uomini; ch&eacute; se una pecora si gittasse da una ripa di mille passi, tutte l&#39;altre l&#39;andrebbero dietro; e se una pecora per alcuna cagione al passare d&#39;una strada salta, tutte l&#39;altre saltano, eziandio nulla veggendo da saltare. E io ne vidi gi&agrave; molte in uno pozzo saltare per una che dentro vi salt&ograve;, forse credendo saltare uno muro, non ostante che &#39;l pastore, piangendo e gridando, con le braccia e col petto dinanzi a esse si parava.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; La seconda setta contra nostro volgare si fa per una maliziata scusa. Molti sono che amano pi&ugrave; d&#39;essere tenuti maestri che d&#39;essere, e per fuggir lo contrario, cio&egrave; di non esser tenuti, sempre danno colpa a la materia de l&#39;arte apparecchiata, o vero a lo strumento; s&igrave; come lo mal fabbro biasima lo ferro appresentato a lui, e lo malo citarista biasima la cetera, credendo dare la colpa del mal coltello e del mal sonare al ferro e a la cetera, e levarla a s&eacute;. Cos&igrave; sono alquanti, e non pochi, che vogliono che l&#39;uomo li tegna dicitori; e per scusarsi dal non dire o dal dire male accusano e incolpano la materia, cio&egrave; lo volgare proprio, e commendano l&#39;altro lo quale non &egrave; loro richesto di fabbricare. E chi vuole vedere come questo ferro &egrave; da biasimare, guardi che opere ne fanno li buoni artefici, e conoscer&agrave; la malizia di costoro che, biasimando lui, s&eacute; credono scusare. Contra questi cotali grida Tullio nel principio d&#39;un suo libro che si chiama Libro di Fine de&#39; Beni, per&ograve; che al suo tempo biasimavano lo latino romano e commendavano la gramatica greca per simiglianti cagioni che questi fanno vile lo parlare italico e prezioso quello di Provenza.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; La terza setta contro nostro volgare si fa per cupiditate di vanagloria. Sono molti che per ritrarre cose poste in altrui lingua e commendare quella, credono pi&ugrave; essere ammirati che ritraendo quelle de la sua. E sanza dubbio non &egrave; sanza loda d&#39;ingegno apprendere bene la lingua strana; ma biasimevole &egrave; commendare quella oltre a la verit&agrave;, per farsi glorioso di tale acquisto.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; La quarta si fa da uno argomento d&#39;invidia. S&igrave; come &egrave; detto di sopra, la invidia &egrave; sempre dove &egrave; alcuna paritade. Intra li uomini d&#39;una lingua &egrave; la paritade del volgare; e perch&eacute; l&#39;uno quella non sa usare come l&#39;altro, nasce invidia. Lo invidioso poi argomenta, non biasimando colui che dice di non saper dire, ma biasima quello che &egrave; materia de la sua opera, per torre, dispregiando l&#39;opera da quella parte, a lui che dice onore e fama; s&igrave; come colui che biasimasse lo ferro d&#39;una spada, non per biasimo dare al ferro, ma a tutta l&#39;opera del maestro.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; La quinta e ultima setta si muove da vilt&agrave; d&#39;animo. Sempre lo magnanimo si magnifica in suo cuore, e cos&igrave; lo pusillanimo, per contrario, sempre si tiene meno che non &egrave;. E perch&eacute; magnificare e parvificare sempre hanno rispetto ad alcuna cosa per comparazione a la quale si fa lo magnanimo grande e lo pusillanimo piccolo, avviene che &#39;l magnanimo sempre fa minori li altri che non sono, e lo pusillanimo sempre maggiori. E per&ograve; che con quella misura che l&#39;uomo misura se medesimo, misura le sue cose, che sono quasi parte di se medesimo, avviene che al magnanimo le sue cose sempre paiono migliori che non sono, e l&#39;altrui men buone: lo pusillanimo sempre le sue cose crede valere poco, e l&#39;altrui assai; onde molti per questa viltade dispregiano lo proprio volgare, e l&#39;altrui pregiano. E tutti questi cotali sono li abominevoli cattivi d&#39;Italia che hanno a vile questo prezioso volgare, lo quale, s&#39;&egrave; vile in alcuna cosa, non &egrave; se non in quanto elli suona ne la bocca meretrice di questi adulteri; a lo cui condutto vanno li ciechi de li quali ne la prima cagione feci menzione.</p>
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		<title>Convivio &#8211; Capitolo X</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 12:19:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; Grande vuole essere la scusa, quando a cos&#236; nobile convivio per le sue vivande, a cos&#236; onorevole per li suoi convitati, s&#39;appone pane di biado e non di frumento; e vuole essere evidente ragione che partire faccia l&#39;uomo da quello che per li altri &#232; stato servato lungamente, s&#236; come di comentare con latino. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Grande vuole essere la scusa, quando a cos&igrave; nobile convivio per le sue vivande, a cos&igrave; onorevole per li suoi convitati, s&#39;appone pane di biado e non di frumento; e vuole essere evidente ragione che partire faccia l&#39;uomo da quello che per li altri &egrave; stato servato lungamente, s&igrave; come di comentare con latino. E per&ograve; vuole essere manifesta la ragione, che de le nuove cose lo fine non &egrave; certo; acci&ograve; che la esperienza non &egrave; mai avuta onde le cose usate e servate sono e nel processo e nel fine commisurate. Per&ograve; si mosse la Ragione a comandare che l&#39;uomo avesse diligente riguardo ad entrare nel nuovo cammino, dicendo che &quot;ne lo statuire le nuove cose evidente ragione dee essere quella che partire ne faccia da quello che lungamente &egrave; usato&quot;. Non si maravigli dunque alcuno se lunga &egrave; la digressione de la mia scusa, ma, s&igrave; come necessaria, la sua lunghezza paziente sostenga. La quale proseguendo, dico che &#8211; poi ch&#39;&egrave; manifesto come per cessare disconvenevole disordinazione e come per prontezza di liberalitade io mi mossi al volgare comento e lasciai lo latino &#8211; l&#39;ordine de la intera scusa vuole ch&#39;io mostri come a ci&ograve; mi mossi per lo naturale amore de la propria loquela; che &egrave; la terza e l&#39;ultima ragione che a ci&ograve; mi mosse. Dico che lo naturale amore principalmente muove l&#39;amatore a tre cose: l&#39;una si &egrave; a magnificare l&#39;amato; l&#39;altra &egrave; ad esser geloso di quello; l&#39;altra &egrave; a difendere lui, s&igrave; come ciascuno pu&ograve; vedere continuamente avvenire. E queste tre cose mi fecero prendere lui, cio&egrave; lo nostro volgare, lo qual naturalmente e accidentalmente amo e ho amato. Mossimi prima per magnificare lui. E che in ci&ograve; io lo magnifico, per questa ragione vedere si pu&ograve;; avvegna che per molte condizioni di grandezze le cose si possono magnificare, cio&egrave; fare grandi, e nulla fa tanto grande quanto la grandezza de la propia bontade, la quale &egrave; madre e conservatrice de l&#39;altre grandezze; onde nulla grandezza puote avere l&#39;uomo maggiore che quella de la virtuosa operazione, che &egrave; sua propia bontade, per la quale le grandezze de le vere dignitadi, de li veri onori, de le vere potenze, de le vere ricchezze, de li veri amici, de la vera e chiara fama, e acquistate e conservate sono: e questa grandezza do io a questo amico, in quanto quello elli di bontade avea in podere e occulto, io lo fo avere in atto e palese ne la sua propria operazione, che &egrave; manifestare conceputa sentenza.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Mossimi secondamente per gelosia di lui. La gelosia de l&#39;amico fa l&#39;uomo sollicito a lunga provedenza. Onde pensando che lo desiderio d&#39;intendere queste canzoni, a alcuno illitterato avrebbe fatto lo comento latino transmutare in volgare, e temendo che &#39;l volgare non fosse stato posto per alcuno che l&#39;avesse laido fatto parere, come fece quelli che transmut&ograve; lo latino de l&#39;Etica &#8211; ci&ograve; fu Taddeo ipocratista -, providi a ponere lui, fidandomi di me di pi&ugrave; che d&#39;un altro. Mossimi ancora per difendere lui da molti suoi accusatori, li quali dispregiano esso e commendano li altri, massimamente quello di lingua d&#39;oco, dicendo che &egrave; pi&ugrave; bello e migliore quello che questo; partendose in ci&ograve; da la veritade. Ch&eacute; per questo comento la gran bontade del volgare di s&igrave; si vedr&agrave;; per&ograve; che si vedr&agrave; la sua vert&ugrave;, s&igrave; com&#39;&egrave; per esso altissimi e novissimi concetti convenevolemente, sufficientemente e acconciamente, quasi come per esso latino, manifestare; la quale non si potea bene manifestare ne le cose rimate, per le accidentali adornezze che quivi sono connesse, cio&egrave; la rima e lo ritimo e lo numero regolato: s&igrave; come non si pu&ograve; bene manifestare la bellezza d&#39;una donna, quando li adornamenti de l&#39;azzimare e de le vestimenta la fanno pi&ugrave; ammirare che essa medesima. Onde chi vuole ben giudicare d&#39;una donna, guardi quella quando solo sua naturale bellezza si sta con lei, da tutto accidentale adornamento discompagnata: s&igrave; come sar&agrave; questo comento, nel quale si vedr&agrave; l&#39;agevolezza de le sue sillabe, le proprietadi de le sue costruzioni e le soavi orazioni che di lui si fanno; le quali chi bene agguarder&agrave;, vedr&agrave; essere piene di dolcissima e d&#39;amabilissima bellezza. Ma per&ograve; che virtuosissimo &egrave; ne la &#39;ntenzione mostrare lo difetto e la malizia de lo accusatore, dir&ograve;, a confusione di coloro che accusano la italica loquela, perch&eacute; a ci&ograve; fare si muovono; e di ci&ograve; far&ograve; al presente speziale capitolo, perch&eacute; pi&ugrave; notevole sia la loro infamia.</p>
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		<title>Convivio &#8211; Capitolo IX</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 12:17:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il convivio]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; Da tutte le tre sopra notate condizioni, che con vegnono concorrere acci&#242; che sia nel beneficio la pronta liberalitade, era lo comento latino lontano, e lo volgare &#232; con quelle, s&#236; come si pu&#242; manifestamente cos&#236; contare. Non avrebbe lo latino cos&#236; servito a molti: ch&#233; se noi reducemo a memoria quello che di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Da tutte le tre sopra notate condizioni, che con vegnono concorrere acci&ograve; che sia nel beneficio la pronta liberalitade, era lo comento latino lontano, e lo volgare &egrave; con quelle, s&igrave; come si pu&ograve; manifestamente cos&igrave; contare. Non avrebbe lo latino cos&igrave; servito a molti: ch&eacute; se noi reducemo a memoria quello che di sovra &egrave; ragionato, li litterati fuori di lingua italica non averebbono potuto avere questo servigio, e quelli di questa lingua, se noi volemo bene vedere chi sono, troveremo che de&#39; mille l&#39;uno ragionevolmente non sarebbe stato servito; per&ograve; che non l&#39;averebbero ricevuto, tanto sono pronti ad avarizia che da ogni nobilitade d&#39;animo li rimuove, la quale massimamente desidera questo cibo. E a vituperio di loro dico che non si deono chiamare litterati, per&ograve; che non acquistano la lettera per lo suo uso, ma in quanto per quella guadagnano denari o dignitate; s&igrave; come non si dee chiamare citarista chi tiene la cetera in casa per prestarla per prezzo, e non per usarla per sonare. Tornando dunque al principale proposito, dico che manifestamente si pu&ograve; vedere come lo latino averebbe a pochi dato lo suo beneficio, ma lo volgare servir&agrave; veramente a molti. Ch&eacute; la bont&agrave; de l&#39;animo, la quale questo servigio attende, &egrave; in coloro che per malvagia disusanza del mondo hanno lasciata la litteratura a coloro che l&#39;hanno fatta di donna meretrice; e questi nobili sono principi, baroni, cavalieri, e molt&#39;altra nobile gente, non solamente maschi ma femmine, che sono molti e molte in questa lingua, volgari e non litterati.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Ancora, non sarebbe lo latino stato datore d&#39;utile dono, che sar&agrave; lo volgare. Per&ograve; che nulla cosa &egrave; utile, se non in quanto &egrave; usata, n&eacute; &egrave; la sua bontade in potenza, che non &egrave; essere perfettamente; s&igrave; come l&#39;oro, le margarite e li altri tesori che sono sotterrati&#8230;; per&ograve; che quelli che sono a mano de l&#39;avaro sono in pi&ugrave; basso loco che non &egrave; la terra l&agrave; dove lo tesoro &egrave; nascosto. Lo dono veramente di questo comento &egrave; la sentenza de le canzoni a le quali fatto &egrave;, la qual massimamente intende inducere li uomini a scienza e a vert&ugrave;, s&igrave; come si vedr&agrave; per lo pelago del loro trattato. Questa sentenza non possono non avere in uso quelli ne li quali vera nobilit&agrave; &egrave; seminata per lo modo che si dir&agrave; nel quarto trattato; e questi sono quasi tutti volgari, s&igrave; come sono quelli nobili che di sopra, in questo capitolo, sono nominati. E non ha contradizione perch&eacute; alcuno litterato sia di quelli; ch&eacute;, s&igrave; come dice il mio maestro Aristotile nel primo de l&#39;Etica, &quot;una rondine non fa primavera&quot;. &Egrave; adunque manifesto che lo volgare dar&agrave; cosa utile, e lo latino non l&#39;averebbe data.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Ancora, dar&agrave; lo volgare dono non dimandato, che non l&#39;averebbe dato lo latino: per&ograve; che dar&agrave; se medesimo per comento, che mai non fu domandato da persona; e questo non si pu&ograve; dire de lo latino, che per comento e per chiose a molte scritture &egrave; gi&agrave; stato domandato, s&igrave; come ne&#39; loro principii si pu&ograve; vedere apertamente in molte. E cos&igrave; &egrave; manifesto che pronta liberalitade mi mosse al volgare anzi che a lo latino.</p>
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		<title>Convivio &#8211; Capitolo VIII</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2010 12:16:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[latino, mostrare intendo come ancora pronta liberalitate mi fece questo eleggere e l&#39;altro lasciare. Puotesi adunque la pronta liberalitate in tre cose notare, le quali seguitano questo volgare, e lo latino non averebbero seguitato. La prima &#232; dare a molti; la seconda &#232; dare utili cose; la terza &#232;, sanza essere domandato lo dono, dare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>latino, mostrare intendo come ancora pronta liberalitate mi fece questo eleggere e l&#39;altro lasciare. Puotesi adunque la pronta liberalitate in tre cose notare, le quali seguitano questo volgare, e lo latino non averebbero seguitato. La prima &egrave; dare a molti; la seconda &egrave; dare utili cose; la terza &egrave;, sanza essere domandato lo dono, dare quello. Ch&eacute; dare a uno e giovare a uno &egrave; bene; ma dare a molti e giovare a molti &egrave; pronto bene, in quanto prende simiglianza da li benefici di Dio, che &egrave; universalissimo benefattore. E ancora, dare a molti &egrave; impossibile sanza dare a uno, acci&ograve; che uno in molti sia inchiuso; ma dare a uno si pu&ograve; bene, sanza dare a molti. Per&ograve; chi giova a molti fa l&#39;uno bene e l&#39;altro; chi giova a uno, fa pur un bene: onde vedemo li ponitori de le leggi massimamente pur a li pi&ugrave; comuni beni tenere confissi li occhi, quelle componendo. Ancora, dare cose non utili al prenditore pure &egrave; bene, in quanto colui che d&agrave; mostra almeno s&eacute; essere amico; ma non &egrave; perfetto bene, e cos&igrave; non &egrave; pronto: come quando uno cavaliere donasse ad uno medico uno scudo, e quando uno medico donasse a uno cavaliere scritti li Aphorismi d&#39;Ipocr&agrave;s, ovvero li Tegni di Galieno. Per che li savi dicono che la faccia del dono dee essere simigliante a quella del ricevitore, cio&egrave; a dire che si convegna con lui, e che sia utile: e in quello &egrave; detta pronta liberalitade di colui che cos&igrave; dicerne donando. Ma per&ograve; che li morali ragionamenti sogliono dare desiderio di vedere l&#39;origine loro, brievemente in questo capitolo intendo mostrare quattro ragioni per che di necessitade lo dono, acci&ograve; che in quello sia pronta liberalitade, conviene essere utile a chi riceve.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Primamente, per&ograve; che la vert&ugrave; dee essere lieta, e non trista in alcuna sua operazione; onde se &#39;l dono non &egrave; lieto nel dare e nel ricevere, non &egrave; in esso perfetta vert&ugrave;, non &egrave; pronta. Questa letizia non pu&ograve; dare altro che utilitade, che rimane nel datore per lo dare, e che viene nel ricevitore per ricevere. Nel datore adunque dee essere la providenza in far s&igrave; che de la sua parte rimagna l&#39;utilitade de l&#39;onestate, ch&#39;&egrave; sopra ogni utilitade, e far s&igrave; che a lo ricevitore vada l&#39;utilitade de l&#39;uso de la cosa donata; e cos&igrave; sar&agrave; l&#39;uno e l&#39;altro lieto, e per consequente sar&agrave; pi&ugrave; pronta la liberalitade. Secondamente, per&ograve; che la vert&ugrave; dee muovere le cose sempre al migliore. Ch&eacute; cos&igrave; come sarebbe biasimevole operazione fare una zappa d&#39;una bella spada o fare un bel nappo d&#39;una bella chitarra, cos&igrave; &egrave; biasimevole muover la cosa d&#39;un luogo dove sia utile e portarla in parte dove sia meno utile. E per&ograve; che biasimevole &egrave; invano adoperare, biasimevole &egrave; non solamente a porre la cosa in parte dove sia meno utile, ma eziandio in parte ove sia igualmente utile. Onde, acci&ograve; che sia laudabile lo mutare de le cose, conviene sempre essere al migliore, per ci&ograve; che dee massimamente essere laudabile: e questo non si pu&ograve; fare nel dono se &#39;l dono per transmutazione non viene pi&ugrave; caro; n&eacute; pi&ugrave; caro pu&ograve; venire, se esso non &egrave; pi&ugrave; utile ad usare al ricevitore che al datore. Per che si conchiude che &#39;l dono conviene essere utile a chi lo riceve, acci&ograve; che sia in esso pronta liberalitade. Terziamente, per&ograve; che la operazione de la vert&ugrave; per s&eacute; dee essere acquistatrice d&#39;amici; con ci&ograve; sia cosa che la nostra vita di quello abbisogni, e lo fine de la vert&ugrave; sia la nostra vita essere contenta. Onde acci&ograve; che &#39;l dono faccia lo ricevitore amico, conviene a lui essere utile, per&ograve; che l&#39;utilitade sigilla la memoria de la imagine del dono, la quale &egrave; nutrimento de l&#39;amistade; e tanto pi&ugrave; forte, quanto essa &egrave; migliore. Onde suole dire Martino: &quot;Non cader&agrave; de la mia mente lo dono che mi fece Giovanni&quot;. Per che, acci&ograve; che nel dono sia la sua vert&ugrave;, la quale &egrave; liberalitade, e che essa sia pronta, conviene essere utile a chi riceve. Ultimamente, per&ograve; che la vert&ugrave; dee avere atto libero e non sforzato. Atto libero &egrave; quando una persona va volentieri ad alcuna parte, che si mostra nel tener volto lo viso in quella; atto sforzato &egrave; quando contra voglia si va, che si mostra in non guardare ne la parte dove si va. E allora s&igrave; guarda lo dono a quella parte, quando si dirizza al bisogno de lo ricevente. E per&ograve; che dirizzarsi ad esso non si pu&ograve; se non sia utile, conviene, acci&ograve; che sia con atto libero la vert&ugrave;, essere utile lo dono a la parte ov&#39;elli vae, ch&#39;&egrave; lo ricevitore; e per consequente conviene essere ne lo dono l&#39;utilit&agrave; de lo ricevitore, acci&ograve; che quinci sia pronta liberalitade.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; La terza cosa, ne la quale si pu&ograve; notare la pronta liberalitade, si &egrave; dare non domandato: acci&ograve; che &#39;l domandato &egrave; da una parte non vert&ugrave; ma mercatantia, per&ograve; che lo ricevitore compera, tutto che &#39;l datore non venda. Per che dice Seneca che &quot;nulla cosa pi&ugrave; cara si compera che quella dove i prieghi si spendono&quot;. Onde acci&ograve; che nel dono sia pronta liberalitade e che essa si possa in esso notare, allora, se conviene esser netto d&#39;ogni atto di mercatantia, conviene esser lo dono non domandato. Perch&eacute; s&igrave; caro costa quello che si priega, non intendo qui ragionare, perch&eacute; sufficientemente si ragioner&agrave; ne l&#39;ultimo trattato di questo libro.</p>
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		<title>Convivio &#8211; Capitolo VII</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 12:15:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; Provato che lo comento latino non sarebbe stato servo conoscente, dir&#242; come non sarebbe stato obediente. Obediente &#232; quelli che ha la buona disposizione che si chiama obedienza. La vera obedienza conviene avere tre cose, sanza le quali essere non pu&#242;: vuole essere dolce, e non amara; e comandata interamente, e non spontanea; e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Provato che lo comento latino non sarebbe stato servo conoscente, dir&ograve; come non sarebbe stato obediente. Obediente &egrave; quelli che ha la buona disposizione che si chiama obedienza. La vera obedienza conviene avere tre cose, sanza le quali essere non pu&ograve;: vuole essere dolce, e non amara; e comandata interamente, e non spontanea; e con misura, e non dismisurata. Le quali tre cose era impossibile ad avere lo latino comento, e per&ograve; era impossibile ad essere obediente. Che a lo latino fosse stato impossibile, come detto &egrave;, si manifesta per cotale ragione. Ciascuna cosa che da perverso ordine procede &egrave; laboriosa, e per consequente &egrave; amara e non dolce, s&igrave; come dormire lo die e vegghiare la notte, e andare indietro e non innanzi. Comandare lo subietto a lo sovrano procede da ordine perverso &#8211; ch&eacute; ordine diritto &egrave; lo sovrano a lo subietto comandare -, e cos&igrave; &egrave; amaro, e non dolce. E per&ograve; che a l&#39;amaro comandamento &egrave; impossibile dolcemente obedire, impossibile &egrave;, quando lo subietto comanda, la obedienza del sovrano essere dolce. Dunque se lo latino &egrave; sovrano del volgare, come di sopra per pi&ugrave; ragioni &egrave; mostrato, e le canzoni, che sono in persona di comandatore, sono volgari, impossibile &egrave; la sua obedienza esser dolce.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Ancora: allora &egrave; la obedienza interamente comandata e da nulla parte spontanea, quando quello che fa chi fa obediendo non averebbe fatto sanza comandamento, per suo volere, n&eacute; tutto n&eacute; in parte. E per&ograve; se a me fosse comandato di portare due guarnacche in dosso, e sanza comandamento io mi portasse l&#39;una, dico che la mia obedienza non &egrave; interamente comandata, ma in parte spontanea. E cotale sarebbe stata quella del comento latino; e per consequente non sarebbe stata obedienza comandata interamente. Che fosse stata cotale, appare per questo: che lo latino sanza lo comandamento di questo signore averebbe esposite molte parti de la sua sentenza &#8211; ed espone, chi cerca bene le scritture latinamente scritte &#8211; che non lo fa lo volgare in parte alcuna.<br />
	Ancora: &egrave; l&#39;obedienza con misura, e non dismisurata, quando al termine del comandamento va, e non pi&ugrave; oltre; s&igrave; come la natura particulare &egrave; obediente a la universale, quando fa trentadue denti a l&#39;uomo, e non pi&ugrave; n&eacute; meno, e quando fa cinque dita ne la mano, e non pi&ugrave; n&eacute; meno; e l&#39;uomo &egrave; obediente a la giustizia quando fa pagar lo debito de la pena, e non pi&ugrave; n&eacute; meno che la giustizia comanda, al peccatore. N&eacute; questo averebbe fatto lo latino, ma peccato averebbe non pur nel difetto, e non pur nel soperchio, ma in ciascuno; e cos&igrave; non sarebbe stata la sua obedienza misurata, ma dismisurata, e per consequente non sarebbe stato obediente. Che non fosse stato lo latino empitore del comandamento del suo signore, e che ne fosse stato soperchiatore, leggermente si pu&ograve; mostrare. Questo signore, cio&egrave; queste canzoni, a le quali questo comento &egrave; per servo ordinato, comandano e vogliono essere esposte a tutti coloro a li quali puote venire s&igrave; lo loro intelletto, che quando parlano elle siano intese; e nessuno dubita, che s&#39;elle comandassero a voce, che questo non fosse lo loro comandamento. E lo latino non l&#39;averebbe esposte se non a&#39; litterati, ch&eacute; li altri non l&#39;averebbero inteso. Onde con ci&ograve; sia cosa che molti pi&ugrave; siano quelli che desiderano intendere quelle non litterati che litterati, seguitasi che non averebbe pieno lo suo comandamento come &#39;l volgare, che da li litterati e non litterati &egrave; inteso. Anche, lo latino l&#39;averebbe esposte a gente d&#39;altra lingua, s&igrave; come a Tedeschi e Inghilesi e altri, e qui averebbe passato lo loro comandamento; ch&eacute; contra loro volere, largo parlando dico, sarebbe essere esposta la loro sentenza col&agrave; dov&#39;elle non la potessero con la loro bellezza portare. E per&ograve; sappia ciascuno che nulla cosa per legame musaico armonizzata si pu&ograve; de la sua loquela in altra transmutare sanza rompere tutta sua dolcezza e armonia. E questa &egrave; la cagione per che Omero non si mut&ograve; di greco in latino come l&#39;altre scritture che avemo da loro. E questa &egrave; la cagione per che li versi del Salterio sono sanza dolcezza di musica e d&#39;armonia; ch&eacute; essi furono transmutati d&#39;ebreo in greco e di greco in latino, e ne la prima transmutazione tutta quella dolcezza venne meno. E cos&igrave; &egrave; conchiuso ci&ograve; che si promise nel <u>principio</u> del capitolo dinanzi a questo immediate.</p>
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		<title>Convivio &#8211; Capitolo VI</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 12:13:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; Mostrato come lo presente comento non sarebbe stato subietto a le canzoni volgari se fosse stato latino, resta a mostrare come non sarebbe stato conoscente, n&#233; obediente a quelle; e poi sar&#224; conchiuso come per cessare disconvenevoli disordinazioni fu mestiere volgarmente parlare. Dico che &#39;l latino non sarebbe stato servo conoscente al signore volgare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Mostrato come lo presente comento non sarebbe stato subietto a le canzoni volgari se fosse stato latino, resta a mostrare come non sarebbe stato conoscente, n&eacute; obediente a quelle; e poi sar&agrave; conchiuso come per cessare disconvenevoli disordinazioni fu mestiere volgarmente parlare. Dico che &#39;l latino non sarebbe stato servo conoscente al signore volgare per cotal ragione. La conoscenza del servo si richiede massimamente a due cose perfettamente conoscere. L&#39;una si &egrave; la natura del signore: onde sono signori di s&igrave; asinina natura che comandano lo contrario di quello che vogliono, e altri che sanza dire vogliono essere intesi, e altri che non vogliono che &#39;l servo si muova a fare quello ch&#39;&egrave; mestiere se nol comandano. E perch&eacute; queste variazioni sono ne li uomini non intendo al presente mostrare, che troppo multiplicherebbe la digressione; se non in tanto, che dico in genere che cotali sono quasi bestie, a li quali la ragione fa poco prode. Onde, se &#39;l servo non conosce la natura del suo signore, manifesto &egrave; che perfettamente servire nol pu&ograve;. L&#39;altra cosa &egrave;, che si conviene conoscere al servo, li amici del suo signore, ch&eacute; altrimenti non li potrebbe onorare n&eacute; servire, e cos&igrave; non servirebbe perfettamente lo suo signore; con ci&ograve; sia cosa che li amici siano quasi parti d&#39;un tutto, per&ograve; che &#39;l tutto loro &egrave; uno volere e uno non volere.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; N&eacute; lo comento latino avrebbe avuta la conoscenza di queste cose, che l&#39;ha &#39;l volgare medesimo. Che lo latino non sia conoscente del volgare e de&#39; suoi amici, cos&igrave; si pruova. Quelli che conosce alcuna cosa in genere, non conosce quella perfettamente: s&igrave; come, se conosce da lungi uno animale, non conosce quello perfettamente, perch&eacute; non sa se s&#39;&egrave; cane o lupo o becco. Lo latino conosce lo volgare in genere, ma non distinto: che se esso lo conoscesse distinto, tutti li volgari conoscerebbe, perch&eacute; non &egrave; ragione che l&#39;uno pi&ugrave; che l&#39;altro conoscesse; e cos&igrave; in qualunque uomo fosse tutto l&#39;abito del latino, sarebbe l&#39;abito di conoscenza distinto de lo volgare. Ma questo non &egrave;; ch&eacute; uno abituato di latino non distingue, s&#39;elli &egrave; d&#39;Italia, lo volgare inghilese da lo tedesco; n&eacute; lo tedesco, lo volgare italico dal provenzale. Onde &egrave; manifesto che lo latino non &egrave; conoscente de lo volgare. Ancora, non &egrave; conoscente de&#39; suoi amici, per&ograve; ch&#39;&egrave; impossibile conoscere li amici, non conoscendo lo principale; onde, se non conosce lo latino lo volgare, come provato &egrave; di sopra, impossibile &egrave; a lui conoscere li suoi amici. Ancora, sanza conversazione o familiaritade impossibile &egrave; a conoscere li uomini: e lo latino non ha conversazione con tanti in alcuna lingua con quanti ha lo volgare di quella, al quale tutti sono amici; e per consequente non pu&ograve; conoscere li amici del volgare. E non &egrave; contradizione ci&ograve; che dire si potrebbe, che lo latino pur conversa con alquanti amici de lo volgare: ch&eacute; per&ograve; non &egrave; familiare di tutti, e cos&igrave; non &egrave; conoscente de li amici perfettamente; per&ograve; che si richiede perfetta conoscenza, e non difettiva.</p>
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		<title>Convivio &#8211; Capitolo V</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 12:12:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il convivio]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; Poi che purgato &#232; questo pane da le macule accidentali, rimane ad escusare lui da una sustanziale, cio&#232; da l&#39;essere vulgare e non latino; che per similitudine dire si pu&#242; di biado e non di frumento. E da ci&#242; brievemente lo scusano tre ragioni, che mossero me ad eleggere innanzi questo che l&#39;altro: l&#39;una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Poi che purgato &egrave; questo pane da le macule accidentali, rimane ad escusare lui da una sustanziale, cio&egrave; da l&#39;essere vulgare e non latino; che per similitudine dire si pu&ograve; di biado e non di frumento. E da ci&ograve; brievemente lo scusano tre ragioni, che mossero me ad eleggere innanzi questo che l&#39;altro: l&#39;una si muove da cautela di disconvenevole ordinazione; l&#39;altra da prontezza di liberalitade; la terza da lo naturale amore a propria loquela. E queste cose per sue ragioni, a sodisfacimento di ci&ograve; che riprendere si potesse per la notata ragione, intendo per ordine ragionare in questa forma.<br />
	Quella cosa che pi&ugrave; adorna e commenda l&#39;umana operazione, e che pi&ugrave; dirittamente a buon fine la mena, si &egrave; l&#39;abito di quelle disposizioni che sono ordinate a lo inteso fine; s&igrave; com&#39;&egrave; ordinata al fine de la cavalleria franchezza d&#39;animo e fortezza di corpo. E cos&igrave; colui che &egrave; ordinato a l&#39;altrui servigio dee avere quelle disposizioni che sono a quello fine ordinate, s&igrave; come subiezione, conoscenza e obedienza, sanza le quali &egrave; ciascuno disordinato a ben servire; perch&eacute;, s&#39;elli non &egrave; subietto in ciascuna condizione, sempre con fatica e con gravezza procede nel suo servigio e rade volte quello continua; e se elli non &egrave; conoscente del bisogno del suo signore e a lui non &egrave; obediente, non serve mai se non a suo senno e a suo volere, che &egrave; pi&ugrave; servigio d&#39;amico che di servo. Dunque, a fuggire questa disordinazione, conviene questo comento, che &egrave; fatto invece di servo a le &#39;nfrascritte canzoni, esser subietto a quelle in ciascuna sua condizione, ed essere conoscente del bisogno del suo signore e a lui obediente. Le quali disposizioni tutte li mancavano, se latino e non volgare fosse stato, poi che le canzoni sono volgari. Ch&eacute;, primamente, non era subietto ma sovrano, e per nobilit&agrave; e per vert&ugrave; e per bellezza. Per nobilit&agrave;, perch&eacute; lo latino &egrave; perpetuo e non corruttibile, e lo volgare &egrave; non stabile e corruttibile. Onde vedemo ne le scritture antiche de le comedie e tragedie latine, che non si possono transmutare, quello medesimo che oggi avemo; che non avviene del volgare, lo quale a piacimento artificiato si transmuta. Onde vedemo ne le cittadi d&#39;Italia, se bene volemo agguardare, da cinquanta anni in qua molti vocabuli essere spenti e nati e variati; onde se &#39;l picciol tempo cos&igrave; transmuta, molto pi&ugrave; transmuta lo maggiore. S&igrave; ch&#39;io dico, che se coloro che partiron d&#39;esta vita gi&agrave; sono mille anni tornassero a le loro cittadi, crederebbero la loro cittade essere occupata da gente strana, per la lingua da loro discordante. Di questo si parler&agrave; altrove pi&ugrave; compiutamente in uno libello ch&#39;io intendo di fare, Dio concedente, di Volgare Eloquenza.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Ancora, non era subietto ma sovrano per vert&ugrave;. Ciascuna cosa &egrave; virtuosa in sua natura che fa quello a che ella &egrave; ordinata; e quanto meglio lo fa tanto &egrave; pi&ugrave; virtuosa. Onde dicemo uomo virtuoso che vive in vita contemplativa o attiva, a le quali &egrave; ordinato naturalmente; dicemo del cavallo virtuoso che corre forte e molto, a la qual cosa &egrave; ordinato; dicemo una spada virtuosa che ben taglia le dure cose, a che essa &egrave; ordinata. Cos&igrave; lo sermone, lo quale &egrave; ordinato a manifestare lo concetto umano, &egrave; virtuoso quando quello fa, e pi&ugrave; virtuoso quello che pi&ugrave; lo fa; onde, con ci&ograve; sia cosa che lo latino molte cose manifesta concepute ne la mente che lo volgare far non pu&ograve;, s&igrave; come sanno quelli che hanno l&#39;uno e l&#39;altro sermone, pi&ugrave; &egrave; la vert&ugrave; sua che quella del volgare.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Ancora, non era subietto ma sovrano per bellezza. Quella cosa dice l&#39;uomo essere bella cui le parti debitamente si rispondono, per che de la loro armonia resulta piacimento. Onde pare l&#39;uomo essere bello, quando le sue membra debitamente si rispondono; e dicemo bello lo canto, quando le voci di quello, secondo debito de l&#39;arte, sono intra s&eacute; rispondenti. Dunque quello sermone &egrave; pi&ugrave; bello ne lo quale pi&ugrave; debitamente si rispondono le parole; e pi&ugrave; debitamente si rispondono in latino che in volgare, per&ograve; che lo volgare seguita uso, e lo latino arte: onde concedesi esser pi&ugrave; bello, pi&ugrave; virtuoso e pi&ugrave; nobile. Per che si conchiude lo principale intendimento, cio&egrave; che non sarebbe stato subietto a le canzoni, ma sovrano.</p>
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		<title>Convivio &#8211; Capitolo IV</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 11:47:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il convivio]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; Mostrata ragione innanzi per che la fama dilata lo bene e lo male oltre la vera quantit&#224;, resta in questo capitolo a mostrar quelle ragioni che fanno vedere perch&#233; la presenza ristringe per opposito; e mostrate quelle, si verr&#224; lievemente al principale proposito, cio&#232; de la sopra notata scusa.
	&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; Dico adunque che per tre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Mostrata ragione innanzi per che la fama dilata lo bene e lo male oltre la vera quantit&agrave;, resta in questo capitolo a mostrar quelle ragioni che fanno vedere perch&eacute; la presenza ristringe per opposito; e mostrate quelle, si verr&agrave; lievemente al principale proposito, cio&egrave; de la sopra notata scusa.<br />
	&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Dico adunque che per tre cagioni la presenza fa la persona di meno valore ch&#39;ella non &egrave;: l&#39;una de le quali &egrave; puerizia, non dico d&#39;etate ma d&#39;animo; la seconda &egrave; invidia, &#8211; e queste sono ne lo giudicatore -; la terza &egrave; l&#39;umana impuritade, e questa &egrave; ne lo giudicato. La prima si pu&ograve; brievemente cos&igrave; ragionare. La maggiore parte de li uomini vivono secondo senso e non secondo ragione, a guisa di pargoli; e questi cotali non conoscono le cose se non semplicemente di fuori, e la loro bontade, la quale a debito fine &egrave; ordinata, non veggiono, per ci&ograve; che hanno chiusi li occhi de la ragione, li quali passano a veder quello. Onde tosto veggiono tutto ci&ograve; che ponno, e giudicano secondo la loro veduta. E per&ograve; che alcuna oppinione fanno ne l&#39;altrui fama per udita, da la quale ne la presenza si discorda lo imperfetto giudicio che non secondo ragione ma secondo senso giudica solamente, quasi menzogna reputano ci&ograve; che prima udito hanno, e dispregiano la persona prima pregiata. Onde appo costoro, che sono, ohm&egrave;, quasi tutti, la presenza ristringe l&#39;una e l&#39;altra qualitade. Questi cotali tosto sono vaghi e tosto sono sazii, spesso sono lieti e spesso tristi di brievi dilettazioni e tristizie, tosto amici e tosto nemici; ogni cosa fanno come pargoli, sanza uso di ragione. La seconda si vede per queste ragioni: che paritade ne li viziosi &egrave; cagione d&#39;invidia, e invidia &egrave; cagione di mal giudicio, per&ograve; che non lascia la ragione argomentare per la cosa invidiata, e la potenza giudicativa &egrave; allora quel giudice che ode pur l&#39;una parte. Onde quando questi cotali veggiono la persona famosa, incontanente sono invidi, per&ograve; che veggiono a s&eacute; pari membra e pari potenza, e temono, per la eccellenza di quel cotale, meno esser pregiati. E questi non solamente passionati mal giudicano, ma, diffamando, fanno a li altri mal giudicare; per che appo costoro la presenza ristringe lo bene e lo male in ciascuno appresentato: e dico lo male, perch&eacute; molti, dilettandosi ne le male operazioni, hanno invidia a&#39; mali operatori. La terza si &egrave; l&#39;umana impuritade, la quale si prende da la parte di colui ch&#39;&egrave; giudicato, e non &egrave; sanza familiaritade e conversazione alcuna. Ad evidenza di questa, &egrave; da sapere che l&#39;uomo &egrave; da pi&ugrave; parti maculato, e, come dice Agustino, nullo &egrave; sanza macula. Quando &egrave; l&#39;uomo maculato d&#39;una passione, a la quale tal volta non pu&ograve; resistere; quando &egrave; maculato d&#39;alcuno disconcio membro; e quando &egrave; maculato d&#39;alcuno colpo di fortuna; e quando &egrave; maculato d&#39;infamia di parenti o d&#39;alcuno suo prossimo: le quali cose la fama non porta seco ma la presenza, e discuoprele per sua conversazione. E queste macule alcuna ombra gittano sopra la chiarezza de la bontade, s&igrave; che la fanno parere men chiara e men valente. E questo &egrave; quello per che ciascuno profeta &egrave; meno onorato ne la sua patria; questo &egrave; quello per che l&#39;uomo buono dee la sua presenza dare a pochi e la familiaritade dare a meno, acci&ograve; che &#39;l nome suo sia ricevuto, ma non spregiato. E questa terza cagione pu&ograve; essere cos&igrave; nel male come nel bene, se le cose de la sua ragione si volgano ciascuna in suo contrario. Per che manifestamente si vede che per impuritade, sanza la quale non &egrave; alcuno, la presenza ristringe lo bene e lo male in ciascuno pi&ugrave; che &#39;l vero non vuole.<br />
	Onde con ci&ograve; sia cosa che, come detto &egrave; di sopra, io mi sia quasi a tutti li Italici appresentato, per che fatto mi sono pi&ugrave; vile forse che &#39;l vero non vuole non solamente a quelli a li quali mia fama era gi&agrave; corsa, ma eziandio a li altri, onde le mie cose sanza dubbio meco sono alleviate; conviemmi che con pi&ugrave; alto stilo dea, ne la presente opera, un poco di gravezza, per la quale paia di maggiore autoritade. E questa scusa basti a la fortezza del mio comento.</p>
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		<title>Convivio &#8211; Capitolo III</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Dec 2009 11:46:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; Degna di molta riprensione &#232; quella cosa che, ordinata a torre alcuno difetto, per se medesima quello induce; s&#236; come quelli che fosse mandato a partire una rissa e, prima che partisse quella, ne iniziasse un&#39;altra. E per&#242; che lo mio pane &#232; purgato da una parte, convienlomi purgare da l&#39;altra, per fuggire questa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Degna di molta riprensione &egrave; quella cosa che, ordinata a torre alcuno difetto, per se medesima quello induce; s&igrave; come quelli che fosse mandato a partire una rissa e, prima che partisse quella, ne iniziasse un&#39;altra. E per&ograve; che lo mio pane &egrave; purgato da una parte, convienlomi purgare da l&#39;altra, per fuggire questa riprensione, che lo mio scritto, che quasi comento dir si pu&ograve;, &egrave; ordinato a levar lo difetto de le canzoni sopra dette, ed esso per s&eacute; ha forse in parte alcuna un poco duro. La qual durezza, per fuggir maggiore difetto, non per ignoranza, &egrave; qui pensata. Ahi, piaciuto fosse al dispensatore de l&#39;universo che la cagione de la mia scusa mai non fosse stata! ch&eacute; n&eacute; altri contra me avria fallato, n&eacute; io sofferto avria pena ingiustamente, pena, dico, d&#39;essilio e di povertate. Poi che fu piacere de li cittadini de la bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gittarmi fuori del suo dolce seno &#8211; nel quale nato e nutrito fui in fino al colmo de la vita mia, e nel quale, con buona pace di quella, desidero con tutto lo cuore di riposare l&#39;animo stancato e terminare lo tempo che m&#39;&egrave; dato &#8211; , per le parti quasi tutte a le quali questa lingua si stende, peregrino, quasi mendicando, sono andato, mostrando contra mia voglia la piaga de la fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata. Veramente io sono stato legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertade; e sono apparito a li occhi a molti che forsech&eacute; per alcuna fama in altra forma m&#39;aveano imaginato, nel conspetto de&#39; quali non solamente mia persona invil&igrave;o, ma di minor pregio si fece ogni opera, si gi&agrave; fatta, come quella <u>che</u> fosse a fare. La ragione per che ci&ograve; incontra &#8211; non pur in me, ma in tutti &#8211; brievemente or qui piace toccare: e prima, perch&eacute; la stima oltre la veritade si sciampia; e poi, perch&eacute; la presenzia oltre la veritade stringe. La fama buona principalmente &egrave; generata da la buona operazione ne la mente de l&#39;amico, e da quella &egrave; prima partorita; ch&eacute; la mente del nemico, avvegna che riceva lo seme, non concepe. Quella mente che prima la partorisce, s&igrave; per far pi&ugrave; ornato lo suo presente, s&igrave; per la caritade de l&#39;amico che lo riceve, non si tiene a li termini del vero, ma passa quelli. E quando per ornare ci&ograve; che dice li passa, contra conscienza parla; quando inganno di caritade li fa passare, non parla contra essa. La seconda mente che ci&ograve; riceve, non solamente a la dilatazione de la prima sta contenta, ma &#39;l suo riportamento, s&igrave; come quasi suo effetto, procura d&#39;adornare; e s&igrave;, che per questo fare e per lo &#39;nganno che riceve de la caritade in lei generata, quella pi&ugrave; ampia fa che a lei non viene, e con concordia e con discordia di conscienza come la prima. E questo fa la terza ricevitrice e la quarta, e cos&igrave; in infinito si dilata. E cos&igrave;, volgendo le cagioni sopra dette ne le contrarie, si pu&ograve; vedere la ragione de la infamia, che simigliantemente si fa grande. Per che Virgilio dice nel quarto de lo Eneida che la Fama vive per essere mobile, e acquista grandezza per andare. Apertamente adunque veder pu&ograve; chi vuole che la imagine per sola fama generata sempre &egrave; pi&ugrave; ampia, quale che essa sia, che non &egrave; la cosa imaginata nel vero stato.</p>
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