Le rime XX

E' m'incresce di me sì duramente

Ch'altrettanto di doglia

Mi reca la pietà quanto 'l martiro,

Lasso, però che dolorosamente

Sento contro mia voglia

Raccoglier l'aire del sezza' sospiro

Entro 'n quel cor che i belli occhi feriro

Quando li aperse Amor con le sue mani

Per conducermi al tempo che mi sface.

Oimè, quanto piani,

Soavi e dolci ver' me si levaro,

Quand'elli incominciaro

La morte mia, che tanto mi dispiace,

Dicendo: «Nostro lume porta pace».

«Noi darem pace al core, a voi diletto»,

Diceano a li occhi miei

Quei de la bella donna alcuna volta;

Ma poi che sepper di loro intelletto

Che per forza di lei

M’era la mente già ben tutta tolta,

Con le insegne d'Amor dieder la volta,

Sì che la lor vittoriosa vista,

Poi non si vide pur una fiata:

Ond'è rimasta trista

L'anima mia che n'attendea conforto,

E ora quasi morto

Vede lo core a cui era sposata,

E partir la convene innamorata.

Innamorata se ne va piangendo

Fora di questa vita

La sconsolata, ché la caccia Amore.

Ella si move quinci sì dolendo,

Ch'anzi la sua partita

L'ascolta con pietate il suo fattore.

Ristretta s'è entro il mezzo del core

Con quella vita che rimane spenta

Solo in quel punto ch'ella si va via;

E ivi si lamenta

D'Amor, che fuor d'esto mondo la caccia;

E spessamente abbraccia

Li spiriti che piangon tuttavia,

Però che perdon la lor compagnia.

L'imagine di questa donna siede

Su ne la mente ancora,

Là 've la pose quei che fu sua guida;

E non le pesa del mal ch'ella vede,

Anzi vie più bella ora

Che mai e vie più lieta par che rida;

E alza li occhi micidiali, e grida

Sopra colei che piange il suo partire:

«Vanne, misera, fuor, vattene omai».

Questo grida il desire

Che mi combatte così come sole,

Avvegna che men dole,

Però che 'l mio sentire è meno assai

Ed è più presso al terminar de' guai.

Lo giorno che costei nel mondo venne,

Secondo che si trova

Nel libro de la mente che vien meno,

La mia persona pargola sostenne

Una passion nova,

Tal ch'io rimasi di paura pieno;

Ch'a tutte mie virtù fu posto un freno

Subitamente, sì ch'io caddi in terra,

Per una luce che nel cuor percosse:

E se 'l libro non erra,

Lo spirito maggior tremò sì forte,

Che parve ben che morte

Per lui in questo mondo giunta fosse:

Ma or ne incresce a quei che questo mosse.

Quando m'apparve poi la gran biltate

Che sì mi fa dolere,

Donne gentili a cu' i' ho parlato,

Quella virtù che ha più nobilitate,

Mirando nel piacere,

S'accorse ben che 'l suo male era nato;

E conobbe 'l disio ch'era creato

Per lo mirare intento ch'ella fece;

Sì che piangendo dissi a l'altre poi:

«Qui giugnerà, in vece

D'una ch'io vidi, la bella figura,

Che già mi fa paura;

Che sarà donna sopra tutte noi,

Tosto che fia piacer de li occhi suoi».

Io ho parlato a voi, giovani donne,

Che avete li occhi di bellezze ornati

E la mente d'amor vinta e pensosa,

Perché raccomandati

Vi sian li detti miei ovunque sono:

E 'nnanzi a voi perdono

La morte mia a quella bella cosa

Che me n'ha colpa e mai non fu pietosa.

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