Le rime LIII

Amor, da che convien pur ch'io mi doglia

Perché la gente m'oda,

E mostri me d'ogni vertute spento,

Dammi savere a pianger come voglia,

Sì che 'l duol che si snoda

Portin le mie parole com'io 'l sento.

Tu vo' ch'io muoia, e io ne son contento:

Ma chi mi scuserà, s'io non so dire

Ciò che mi fai sentire?

Chi crederà ch'io sia omai sì colto?

E se mi dài parlar quanto tormento,

Fa', signor mio, che innanzi al mio morire

Questa rea per me nol possa udire:

Ché, se intendesse ciò che dentro ascolto,

Pietà faria men bello il suo bel volto.

Io non posso fuggir ch'ella non vegna

Ne l'imagine mia,

Se non come il pensier che la vi mena.

L’anima folle , che al suo mal s’ingegna,

Com’ella è bella e ria,

Così dipinge, e forma la sua pena;

Poi la riguarda, e quando ella è ben piena

Del gran disio che de li occhi li tira,

Incontro a sé s’adira,

C’ha fatto il foco ond’ella trista incende.

Quale argomento di ragion raffrena,

Ove tanta tempesta in me si gira?

L’angoscia, che non cape dentro, spira

Fuor de la bocca, sì ch’ella s’intende,

E anche a li occhi lor merito rende.

La nimica figura, che rimane

Vittorïosa e fera

E signoreggia la virtù che vole,

Vaga di se medesma andar mi fane

Colà dov’ella è vera,

Come simile a simil correr sòle.

Ben conosco che va la neve al sole,

Ma più non posso: fo come colui

Che, nel podere altrui,

Va co’ suoi piedi al loco ov’egli è morto.

Quando son presso, parmi udir parole

Dicer: "vie via vedrai morir costui".

Allor mi volgo per vedere a cui

Mi raccomandi; e ‘ntanto sono scorto

Da li occhi che m’ancidono a gran torto.

Qual io divengo sì feruto, Amore,

Sailo tu, e non io,

Che rimani a veder me sanza vita;

E se l’anima torna poscia al core,

Ignoranza ed oblio

Stato è con lei, mentre ch’ella è partita.

Com’io resurgo, e miro la ferita

Che mi disfece quand’io fui percosso,

Confortar non mi posso

Sì ch’io non triemi tutto di paura.

E mostra poi la faccia scolorita

Qual fu quel trono che mi giunse a dosso;

Che se con dolce riso è stato mosso,

Lunga fïata poi rimane oscura,

Perché lo spirto non si rassicura.

Così m’hai concio, Amore, in mezzo l’alpi,

Ne la valle del fiume

Lungo il qual sempre sopra me se’ forte:

Qui vivo e morto, come vuoi, mi palpi,

Merzé del fiero lume

Che sfolgorando fa via la morte.

Lasso, non donne qui, non genti accorte

Veggio, a cui mi lamenti del mio male:

Se a costei non ne cale,

Non spero mai d’altrui aver soccorso.

E questa sbandeggiata di tua corte,

Signor, non cura colpo di tuo strale:

Fatto ha d’orgoglio al petto schermo tale

Ch’ogni saetta lì spunta suo corso;

Per che l’armato cor da nulla è morso.

O montanina mia canzon, tu vai:

Forse vedrai Fiorenza, la mia terra,

Che fuor di sé mi serra,

Vota d’amore e nuda di pietade;

Se dentro v’entri, va’ dicendo: "Omai

Non vi può far lo mio fattor più guerra:

Là ond’io vegno una catena il serra

Tal che, se piega vostra crudeltate,

Non ha di rotornar qui libertate".
 

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